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Chaukhamba II

Il 5 agosto 1993, alle undici di sera, atterriamo a Delhi. Siamo in sei: Mauro, Alberto, Pietro, Giovanni, Domenico e io. Siamo qui perché vogliamo cercare di arrivare in cima al Chaukhamba II, montagna di 7068 metri, mai salita, di cui a fatica abbiamo avuto una foto da un alpinista polacco. Tra noi solo Mauro e Domenico hanno esperienza dell’Himalaya, avendo partecipato alla spedizione al Kedarnath Peak nell’88. In compenso abbiamo svolto molta attività alpinistica insieme a “casa nostra” e siamo tutti amici. Il 6 agosto abbiamo il primo assaggio della burocrazia indiana. Mauro ed io trascorriamol’intero giorno all’aeroporto per riuscire a sdoganare il materiale che avevamo imbarcato in Italia. Alle sette di sera, dopo essere entrati e usciti da una decina di uffici diversi e soprattutto, grazie all’aiuto di,un indiano mandato dall’I.M.F. (Indian Mountaineering Foundation), finalmente possiamo tornare in albergo con tutto il nostro materiale. Il giorno seguente partiamo con un “bus”. Con noi partono anche Sashank (dell’agenzia che ci appoggia), Sudhanshu (l’ufficiale di collegamento) e il cuoco: Tirat. In tre giorni di viaggio, dapprima lungo la pianura, poi in una zona collinare e infine lungo una valle dall’aspetto alpino, arriviamo a Gangotri: qui finisce la strada carrozzabile. Per la terza volta disfiamo e rifacciamo i carichi da quando siamo partiti, questa volta per renderli del peso adatto al trasporto con i portatori. Gangotri è un luogo sacro per gli indiani, poiché sorge sulle rive del Gange, qui chiamato Bhagirathi, che nasce circa 20 Km più a monte direttamente da un’enorme grotta nel ghiacciaio. Le case sono sulle due sponde del fiume che proprio in mezzo al paese fa un’enorme cascata. Questo è un periodo di piena e perciò, sopra la cascata, è costantemente presente un arcobaleno, dovuto al pulviscolo di acqua che si solleva. Il 10 agosto cominciamo la marcia di avvicinamento. Per i primi due giorni questa si svolge su un terreno conosciuto ai portatori che vi passano spesso accompagnando le spedizioni dirette a Shivling, Meru e Kedarnath Dome. Il terzo giorno, però, dopo avere lasciato alle spalle queste montagne ed esserci inoltrati ancora di più lungo il ghiacciaio, siamo costretti a piazzare il campo base poiché i portatori non vogliono proseguire oltre. Mettiamo le tende sulla morena a 4600 metri, in uno degli ultimi posti con erba e acqua. Il luogo è molto accogliente, ma è anche molto distante dalla nostra montagna. Da qui non riusciamo a vederla, perché il ghiacciaio fa una curva. Sulla carta calcoliamo che dista circa 16 Km e ciò ci preoccupa un po’. Nei giorni seguenti, ci alterniamo per cercare la via lungo il ghiacciaio e per portare verso la base della parete i primi carichi di materiale. Il 14 agosto Mauro, Pietro e io piazziamo una tendina in corrispondenza della curva del ghiacciaio, a circa 9 Km dal campo base, rientrando la sera. Per andare, piazzare la tenda e tornare abbiamo impiegato tutto il giorno. Le distanze qui ingannano, poiché, specialmente nella prima parte del percorso, bisogna continuamente salire e scendere per scavalcare qualche morena. Nella parte più interna del ghiacciaio, invece, si cammina pressoché in piano, ma ogni tanto si incontra un fiume che non si lascia attraversare facilmente. Per un po’ lo si costeggia sperando di trovare un sasso o qualcosa che permetta di traversarlo senza problemi. In genere non si trova niente così si incrociano le dita e… si salta. Il 17 agosto Domenico e Giovanni montano una tenda a circa un’ora di cammino dall’attacco della parete. Questa si presenta come un unico pilastro di granito rosso, con qualche pendio di neve qua e là. Dopo i primi mille metri pressoché verticali c’è un tratto più adagiato con una crestina di neve seguita da un ultimo salto. L’attacco è a circa 5400 metri di quota. Il fatto di vedere finalmente la montagna da vicino alza il morale di tutti, anche perché il tempo, da quando siamo al campo base, è costantemente bello, eccetto qualche scroscio di pioggia (o una spruzzata di neve) la sera. Il 19 Mauro e Pietro salgono direttamente dal campo base all’ultima tenda messa da Domenico e Giovanni che chiamiamo campo base avanzato. Il giorno dopo cominciano a salire il pilastro fissando 250 metri di corde. La sera, durante il collegamento radio, sentiamo nella voce di Mauro tutto l’entusiasmo per una via che si presenta molto bella anche se impegnativa. Noi, nel frattempo, aiutati anche da Sudhanshu, abbiamo trasportato altro materiale e viveri. Il 20 agosto anche io ed Alberto saliamo direttamente dal campo base al campo base avanzato con tutto il nostro materiale e quello che riusciamo a portare nei sacchi. Alla sera ci stipiamo in quattro nella nostra tenda e predisponiamo i piani per i giorni seguenti. L’intenzione è quella di rimanere in questo luogo il più a lungo possibile. Abbiamo viveri a sufficienza, il tempo è bello, il posto si presenta molto sicuro, permette di recuperare e, soprattutto, nessuno di noi ha voglia di farsi due giorni di cammino per uno di riposo al campo base. Domenico, Giovanni e Sudhanshu, nei giorni seguenti, completeranno il trasporto del resto del materiale. Il 21 andiamo in parete tutti e quattro. Mauro e Pietro vanno davanti mentre io e Alberto li seguiamo sulle fisse con un carico di corde e chiodi. Mauro arrampica con le scarpette. Ne abbiamo un solo paio, la misura va bene anche a me e ad Alberto, si renderanno utilissime. Ringraziamo dentro di noi quella vocina che ci aveva consigliato di portarne almeno un paio. Durante la giornata riusciamo a salire altri 300 metri, la notte torniamo a dormire nelle tendine. Il giorno seguente in parete ci andiamo solo io ed Alberto mentre Mauro e Pietro vanno incontro a Giovanni, Domenico e Sudhanshu. Oggi è Alberto che tira la cordata. Saliamo un tratto del pilastro particolarmente verticale. La roccia è fantastica, tiepida e permette, nonostante la quota, di godersi l’arrampicata. Le difficoltà sono forti, però ormai siamo acclimatati e in grande forma fisica grazie al continuo andirivieni sul ghiacciaio ed in parete. Dopo avere fissato altri 200 metri di corde ci caliamo fino alla base e filiamo alle tende dove troviamo Mauro e Pietro che ci hanno seguito col binocolo per tutta la giornata, ci accolgono con un pentolino di tè fumante. Siamo tutti molto contenti di come procedono le cose. Ogni giorno si guadagna quota. L’unico problema è che non siamo ancora riusciti a trovare un posto, anche angusto, per piazzare una tenda da parete, così ogni volta siamo costretti a scendere e a risalire il mattino dopo. Ogni giorno il pezzo da risalire diventa più lungo… Il 23 Mauro e Pietro partono prestissimo con cento metri di corda a testa nello zaino, risalgono le fisse fino alla fine e proseguono finché finiscono la corda. Io e Alberto, invece, partiamo un po’ più tardi con un carico di corde e chiodi, saliamo qualche lunghezza, appendiamo tutto ad una sosta e filiamo giù per prenderci un pomeriggio di riposo. Tiriamo sera bevendo tè e osservando i movimenti in parete dei nostri amici col binocolo. La sera ci riuniamo tutti, questa volta nella tenda di Mauro e Pietro e facciamo il punto della situazione. Ormai ci restano solo 300 metri di corda statica. Decidiamo che il giorno dopo Alberto ed io cercheremo di salire fino alla zona più adagiata in modo che la volta successiva si potrà portare su una tenda. Mauro e Pietro, invece, riposeranno e aspetteranno Domenico, Giovanni e Sudhanshu che dovrebbero arrivare dal basso con le ultime cose.

La mattina del 24, alle sei e trenta, lasciamo le tendine. Il tempo, come al solito, è bellissimo anche se fa un po’ freddo. Mauro si alza a salutarci e augurarci buona fortuna… Grazie alla neve dura e al fatto che siamo quasi scarichi siamo molto veloci.

Alle 7.30 stiamo risalendo le prime fisse e ben presto arriviamo dove avevamo lasciato il materiale il giorno prima. Prendiamo tutto e ripartiamo. Risalire col jumar è molto faticoso perché la parete è sempre verticale, in parecchi punti superiamo strapiombi… Troviamo particolarmente faticose le ultime lunghezze, anche a causa della quota.

Ogni tanto ci scambiamo le impressioni. In queste condizioni è difficile dare una valutazione oggettiva delle difficoltà. Certo è che entrambi restiamo impressionati dai tiri attrezzati il giorno prima da Mauro e Pietro. Arriviamo dove i nostri compagni avevano lasciato le scarpette da arrampicata, questa volta le calzo io. Sono già le due e dobbiamo quindi sbrigarci. Cerchiamo di perdere il minor tempo possibile, saliamo puntando a una serie di fessure che sembrano condurre alla zona “facile”. Per raggiungerle attraversiamo un piccolo pendìo di ghiaccio. Non abbiamo i ramponi, così diventa obbligatorio gradinare. Finalmente raggiungo la base delle fessure e posso fare sosta. Da questo punto saliamo ancora due filate di corda, sbuchiamo nella zona più adagiata a circa 6200 metri di quota. Sono le quattro e mezza. Per far prima Alberto non sale l’ultima lunghezza, io appendo tutto il materiale alla sosta e mi calo. Siamo molto contenti per quanto siamo riusciti a realizzare, mentre scendiamo lungo le corde fisse ci scambiamo le impressioni, affermiamo che quando risaliremo la prossima volta sarà per andare fino in cima. Arrivati dove avevo lasciato gli scarponi mi fermo a calzarli mentre Alberto prosegue a scendere. Quando riprendo anch’io a calarmi lo vedo già molto in basso, circa quattro tiri sotto di me, scende regolarmente. Da un certo punto in avanti, la conformazione della parete non mi permette più di vederlo. Mi accorgo che circa 200 metri sopra il punto di attacco della parete la corda è tranciata. Guardo in basso e vedo Alberto disteso sul pendio di neve che conduce all’attacco. Scendo arrampicando fino alla sosta seguente quindi riprendo a calarmi sulle corde fisse. Quando lo raggiungo non posso far altro che constatarne la morte. Sono le 18.30. Da solo non riesco a trasportarlo: corro fino alle tende a chiamare gli altri, Mauro e gli altri salgono sino a dove si trova Alberto, non si può far altro che spostare il corpo in una posizione meno precaria. È già buio da parecchio, non riusciamo a dire una parola, siamo sgomenti, sdraiati nelle tende aspettiamo che si faccia giorno. La domanda che ci poniamo e che non trova risposta è come può essere accaduto.

La spiegazione più plausibile è che durante il giorno mentre io e Alberto arrampicavamo in alto, sia caduta una scarica di sassi che abbia rovinato la corda, senza però tranciarla del tutto e che quando Alberto, calandosi, ha superato il punto rovinato della corda, questa si sia rotta. Il 25 mattina Mauro, io e Sudhanshu partiamo verso il basso con l’intenzione di chiedere l’intervento di un elicottero. Facendo più presto che possiamo, il 26 a mezzogiorno raggiungiamo Gangotri, ma qui dobbiamo aspettare perché non c’è alcun mezzo disponibile.

Alla sera, fortunatamente, incontriamo Sashank che sta accompagnando una spedizione norvegese al Sathopant.

Decide di accompagnarci. Il 27, un po’ con una jeep, un po’ con i “bus” e un po’ a piedi raggiungiamo Uttar-Kashi, dove c’è un telefono. Prendiamo contatto con l’ambasciata italiana e dopo non poche discussioni riusciamo ad ottenere l’elicottero. Il 28, finalmente, viene recuperato il corpo di Alberto. Grazie all’aiuto di Sashank e, soprattutto, di Sudhanshu, riusciamo a sbrigare tutte le pratiche richieste dalla burocrazia indiana e il primo di settembre Mauro torna in Italia con la salma. Io e il resto dei membri della spedizione rientriamo cinque giorni dopo. Non abbiamo neppure voglia di parlare, oramai non c’è più nulla da fare, sentiamo dentro di noi tanta tristezza.

 

di Ruggero Gheller