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GIGI VITALI a Malgrate 29-09/14-10

FASCINO, AGILITÀ, FANTASIA: STORIA DI GIGI VITALI, L’ALPINISTA SIMPATICO

a cura di Alberto Benini e Ferruccio Ferrario

La mostra ricostruisce la personalità e le imprese di una fra le figure più rilevanti e meno ricordate espresse dalla scuola alpinistica lecchese: Germano “Gigi” Vitali (1913-1962), lo scalatore che ispirò a Tita Piaz l’appellativo di “ragno”, che in seguito diventerà il simbolo del celebre gruppo di rocciatori. Uomo dotato di grandissimo fascino e di un tratto singolarmente elegante, Vitali forma con Vittorio Ratti (caduto a Lecco nei giorni della Liberazione) una cordata dove forza, eleganza e astuzia si trovano combinate in dosi esplosive, portando all’apertura  delle celeberrime vie alla Su Alto (Civetta) e all’Aiguille Noire (Monte Bianco), due fra le più grandi imprese dell’alpinismo pre-bellico. Di carattere gioviale e trascinatore, stabilisce contatti con alpinisti di varie provenienze, aprendo a sé e ai suoi amici una serie di possibilità di esprimersi al di fuori delle “montagne di casa”. Dopo la guerra Vitali diventerà l’insostituibile collaboratore del conte Aldo Bonacossa, incaricato dal C.A.I. della redazione del volume della Guida dei Monti d’Italia dedicato alla regione compresa fra il Passo di Monte Moro e il Passo del Sempione. Con Bonacossa esplorerà minutamente quella regione e quelle contigue, tracciandovi anche diverse vie nuove che si aggiungono alle diverse prime ascensioni compiute fra Grigne, Resegone e Mesolcina. Sarà lui a ispirare la nascita del Gruppo Ragni della Grignetta e a favorirne l’affermarsi. La mostra, allestita dal CAI Lecco in occasione della manifestazione MONTI SORGENTI è già stata esposta ad Acquate (terra natale di Vitali) ed al Rifugio Porta ai Piani Resinelli, approda ora a Malgrate dove Vitali visse a partire dal 1947, dopo il matrimonio. Malgrate assisterà anche al declinare rapido e crudele della sua stella: dall’incidente motociclistico occorsogli sul lungolago nel gennaio del 1949 che lo priverà della possibilità di continuare con l’alpinismo, all’annegamento dell’adorato figlio Dario di soli 10 anni nel 1961. Alla morte che verrà a liberarlo da una vita diventata ormai insopportabile l’ultimo giorno del 1962. La mostra è realizzata attraverso le immagini tratte da tre album fotografici messi a disposizione dalla nipote Patrizia, grazie alle ricerche di Gianni Magistris e di Matteo Abate.