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Kedarnath, nel ricordo

Il tempo che passa lascia in tutti noi dei ricordi che, belli o brutti che siano, ci restano impressi nella memoria. Alcuni poi sbiadiscono col tempo, altri cominciano a far parte di noi e senza volerlo li richiamiamo alla memoria nei momenti e nelle situazioni più strane. Talvolta capita che, improvvisamente e senza particolari motivi, ricordi alcuni istanti dell’avventura al Kedarnath. Sono come dei flash in apparenza insensati se considerati singolarmente, ma che mi fanno rivivere con intensità le gioie e le ansie passate.

…”Finalmente ha smesso di piovere, penso di essere intorno ai 4.250 metri di quota e sono solo su un crestone morenico; davanti a me vedo il fronte del ghiacciaio dal quale sgorgano le acque del sacro Gange. Sono due giorni che vaghiamo su questa maledetta morena e non siamo ancora riusciti a trovare un posto adatto per piazzare il campo base; la pioggia ininterrotta e la nebbia non ci danno tregua. Gianin e Romano hanno voluto proseguire aggirando il crestone, io sono salito direttamente in cresta, al momento non vedo gli altri, ma sono sicuramente divisi in gruppetti alla ricerca di una radura. Mi fermo ad osservare quanto mi è concesso di vedere: la nebbia finalmente si alza e da qui posso inquadrare la situazione. Da questa posizione riesco ad individuare un po’ tutti, Lorenzo solo soletto sta risalendo il torrente in direzione del fronte del ghiacciaio, Felice, Mauro e Domenico sono ad un centinaio di metri sotto di me, mentre Gianin e Romano continuano a salire. Li osservo un po’ mentre arrancano attorno ad alcuni grossi massi: sono voluti salire a tutti i costi, ma in quella direzione troveranno solo ghiaccio. Gridando a squarciagola riescoa far capire loro di scendere. Ormai è pomeriggio inoltrato ed è anche ora di rientrare a Kedarnath per metterci qualcosa d’asciutto. Mi abbasso lungo la cresta e mi fermo ad aspettare Romano e Gianin, dopo aver discusso un po’ con loro capisco che vorrebbero ritornare lassù l’indomani per vedere meglio il luogo. Io non sono d’accordo e riesco a convincerli a desistere e a riposare per un giorno, aspettando che si asciughino i panni e ci si schiariscano le idee. Ora mi rendo conto che non sempre eravamo concordi sulle scelte da compiere, ciò che realmente contava per noi era rimanere insieme e in accordo su tutto.

“Ancora 5 metri e poi ci sono, maledizione non ci arriva la corda”. “Domenico, la fisso qui, poi sistemala tu fino lì sopra”. Mi slego e salgo gli ultimi metri che mi separano dal plateau. Lo spettacolo che mi appare è proprio come me l’aspettavo, il cuore della parete sud del Kedarnath Peak è davanti a me, la linea di salita da noi immaginata sulle foto è reale e percorribile: questo vuol significare che non ci eravamo sbagliati. Arrivano anche Domenico e Romano, e tutti e tre ci fermiamo a lungo a contemplare la maestosità dell’ambiente. È da parecchi giorni che aspettavamo questo momento, ma il brutto tempo ci ha permesso solo ora di vedere da vicino la nostra parete. Ieri abbiamo scavato per tre ore sotto un “diluvio universale” per riuscire ad installare una tendina, e dopo aver ben preparato il piano la tenda non voleva lasciarsi montare.

Il nervosismo che contenevamo ormai a stento si è trasformato in una canzone cantata a squarciagola da tutti quanti, finché la tenda ormai fradicia fu pronta. Oggi, dopo aver installato 600 metri di corde fisse, ci troviamo a 5.200 mt, siamo saliti su un altro gradino di questa grande parete e domani i nostri amici ci daranno il cambio con la ferma intenzione di proseguire.

Non manca molto ad arrivare in cresta, ora la posso vedere abbastanza bene, mi fermo per riprendere un po’ di fiato e poi riparto di slancio per affrontare un tratto di roccia striato da sottili canali di ghiaccio. Da più diquattro ore sto arrampicando oltre i 6.000 metri, ed anche se la fatica si fa sentire riesco a godermi il granito e il ghiaccio del Kedarnath mischiati in un cocktail fantastico. Tutto su questo tratto di parete sembra preparato per essere scalato: canalini di ghiaccio che si infrangono contro barriere di granito o che si ramificano sulla roccia stessa formando un terreno misto di selvaggia bellezza. Ormai sono in cresta, mi assicuro e mi sporgo verso il vuoto per gridare: “Sono arrivato, vieni pure”. Non ricevo alcuna risposta, poi la corda si tende ed il mio compagno comincia a salire. Solo adesso mi guardo attorno e rimango inebetito dallo straordinario spettacolo che mi si presenta. Sotto di me un mare impetuoso di nubi che si accavallano e si infrangono giungendo a sfiorarmi e mi permettono di ammirare forme e colori indescrivibili. Rimango immobile per parecchi minuti, mi sembra di essere fuori dal mondo, forse sono in paradiso: tutto sotto di me sembra agitarsi e dibattersi come sempre, invece dove mi trovo sono circondato dal silenzio e da montagne quiete e beate. Io stesso mi sento parte di questa tranquilla visione, non provando alcuna preoccupazione per le torri di granito e le creste di neve che mi sovrastano. L’arrivo dei miei compagni, ed il conseguente lavoro che ci aspetta per piazzare le tendine, mi risvegliano e mi riportano alla realtà: certamente quei momenti vissuti da solo su quella cresta a 6300 resteranno fra i più intensi di tutta la mia vita. “Come stai?”. Chiedo a Romano. “Adesso meglio, mi spiace per voi”, mi risponde. Ormai siamo arrivati sul plateau dopo una serie di corde doppie; la temperatura su questo versante al riparo dal vento sembra essere più accettabile. Durante l’ultimo bivacco a 6.700 metri, Romano si è mezzo assiderato, perciò Mauro ed io siamo rimasti con lui per aiutarlo a riprendersi, mentre Gianin, Lorenzo e Domenico hanno compiuto, senza di noi, l’ultimo balzo verso la cima. Ora, mentre scendiamo verso il campo base il ritornello si ripete: “Mi dispiace per voi… speriamo che gli altri ce l’abbiano fatta”. Sprofondando ogni tanto nella neve soffice portata dal vento cominciamo la traversata del plateau alla fine della quale riprenderemo a scendere. La stanchezza comincia afarsi sentire ed ogni tanto ci fermiamo a riprendere fiato. In questi ultimi otto giorni di scalata non abbiamo effettuato pause, la nostra progressione è stata continua, e quell’incidente all’ultimo bivacco potrebbe avere vanificato i nostri sforzi. Finalmente, guardando verso la cresta sommitale, riusciamo a scorgere tre puntini: sono i nostri compagni che stanno scendendo. Cominciamo a chiamare: i tre agitano le braccia, ma non sentiamo alcunché. Andiamo avanti a gesti per una decina di minuti poi, nell’attimo in cui cessa il vento, riesco a percepire la netta voce di Domenico: “Gianni, vittoria!” Di colpo mi si piegano le gambe, sono in ginocchio, ma alzo le braccia per dare una risposta ai nostri amici. Romano, finalmente, si tranquillizza e Mauro mormora: “Meno male, almeno loro”. Ci sediamo tutti e tre nella neve, ce l’abbiamo fatta e non importa se non abbiamo raggiunto la cima materialmente, in questa salita c’è un po’ di tutti noi, delle nostre ansie, delle nostre paure e delle nostre speranze. Romano recrimina di nuovo: “Mi dispiace per voi”. Quando ci rialziamo per partire siamo stanchissimi, dobbiamo attrezzare le corde doppie per i nostri amici e non abbiamo tempo da perdere, ma la tensione che ci aveva sorretto fino a pochi minuti prima e ci dava la carica per resistere è sparita e la discesa così diventa lunga e penosa. Il solito nebbione pomeridiano ha coperto la parte alta della parete cosicché dal campo 1 possiamo a malapena vedere la Triangular Rock. Da quando siamo rientrati al campo 1 continuiamo a scrutare la parete alla ricerca dei nostri amici, sperando che l’avanzante oscurità non li costringa a bivaccare di nuovo.

Siamo consapevoli di quanto possano essere stanchi, e quanto sia pericolosa in queste circostanze la discesa. Ma all’improvviso li vediamo spuntare sulla sommità della Triangular Rock e Mauro, che durante la nostra avventura ha interpretato a tutte le quote il ruolo di cuoco, si dà un gran da fare tra i fornelli per preparare bevande calde. Dopo un paio di ore, Lorenzo e Domenico attraversano il grande crepaccio che separa il campo 1 dal resto del plateau: li accogliamo con abbracci, pacche sulle spalle e tanta emozione. Gianin, buon ultimo, si è fermato sul bordo esterno del crepaccio: e con il suo sorriso senza denti sembra il sole raggiante. Mi raggiunge e il nostro abbraccio è talmente intenso che quasi cadiamo a terra. Siamo entrambi commossi, tra noi, al di là delle nostre incomprensioni e dei nostri caratteri a volte contrastanti c’è sempre stato un filo che ci lega da vent’anni ed è la nostra amicizia. Ora l’euforia si impossessa di noi e cominciamo a parlare a voce alta come se fossimo distanti decine di metri. Rievochiamo così le tappe della nostra salita, ed il nostro pensiero è per Felice, che a causa di un’insistente bronchite non ha potuto partecipare con noi all’assalto finale. Così si fa buio e ad uno ad uno ci infiliamo nelle tende; l’ultima battuta è per Gianin: “Chissà come i saran cuntent in la Val”. Eh sì, saranno proprio contenti a Valmadrera.

di GianMaria Mandelli