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La Storia

Mentre raccogliamo e analizziamo documenti, articoli, testimonianze per ricostruire in modo ampio ed attendibile la storia del CAI a Valmadrera, continuamente verifichiamo che la presenza delle montagne lascia nei nostri cuori un segno profondo accompagnato da ricordi di duro lavoro e di fatica condivisa, da legami di amicizia e di gioiose compagnie, insieme a timore davanti all’imponenza delle cime, a voglia di conoscere e di misurare le proprie forze. Per i nostri antenati la montagna è stata a lungo importante risorsa per la sussistenza delle famiglie: nel 1600 “la comunità di Valmadrera e i suoi uomini” avevano il diritto di usare in comune i monti del territorio che fornivano: legna da ardere, fieno, strame, lumache, pascolo per le mucche ed anche sassi per fare calcina. In un’economia povera erano prodotti così importanti che tutti gli abitanti usavano insieme e insieme proteggevano le loro montagne, imparando ad amarle.

Ci vengono in mente I Promessi Sposi, Lucia con “Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente”, ma anche Renzo in cammino da Monza a Milano quando “vide quella granmacchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto; e fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell’ottava maraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino. Ma dopo qualche momento, voltandosi indietro, vide all’orizzonte quella cresta frastagliata di montagne, vide distinto e alto tra quelle il suo Resegone, si sentì tutto rimescolare il sangue, stette lì alquanto a guardar tristamente da quella parte, poi tristemente si voltò, e seguitò la sua strada.”

“Quella cresta frastagliata di montagne” delle Prealpi che Renzo paragona alle guglie dell’ottava meraviglia del mondo è nel cuor di tutti coloro che sono nati o cresciuti alle loro pendici o che hanno imparato a conoscerle, frequentandole. Ancor oggi, percorrendo la superstrada da Milano verso Lecco, è possibile cogliere in alcuni punti quella che fu la visione di Renzo: la fretta, il traffico, la quotidianità ci impediscono di soffermare lo sguardo, ma quando stiamo un po’ più a lungo lontani dal nostro territorio, la visione della “cresta frastagliata di montagne” ci fa balzare il cuore e ci fa sentire finalmente a casa perché le montagne sono parte di noi e della storia della nostra comunità. Torniamo a Valmadrera con un gruppo di giovani escursionisti animati dal desiderio di lasciare sui monti un segno tangibile del loro attaccamento alle montagne, che fosse testimonianza per le generazioni future dei loro sogni e delle loro imprese…, ma lasciamola parola ad uno di loro, Luigi Corti:

Ricordo con nostalgia, come se fosse stato ieri – e invece quanti anni sono passati -, quando nel 1937 decidemmo di mettere una croce sul GianMaria, quale simbolo della nostra fede e del nostro attaccamento alle montagne e quale punto di partenza per ciò che dei nostri sogni avremmo realizzato. A quei tempi alpinisti a Valmadrera ce n’erano pochi, e questi stessi si limitavano a fare dell’escursionismo salendo e scendendo le nostre montagne. Noi eravamo un piccolo gruppo, per di più molto giovani, e le nostre aspirazioni erano spesso derise e incomprese. Il nostro desiderio era di formare un’associazione di tutti gli appassionati della montagna, per poter fare cose sempre più grandi.

Allora, per noi, l’iscrizione al CAI era un’utopia o, quantomeno, un privilegio di pochi alpinisti già affermati. “Sono degli incoscienti, delle teste matte!” ci sentivamo dire, quando, con i nostri zoccoli chiodati (che erano la nostra caratteristica) salivamo a Pianezzo dove ci potevamo esercitare sulla roccia, salendo il Pilastrello e il Gian-Maria con corde rudimentali che oggi farebbero ridere. Fu così che una domenica decidemmo di mettere sul GianMaria una croce che costruimmo con le nostre mani e facemmo poi benedire dal parroco Don Arturo Pozzi.

Per noi quella croce era come un simbolo, come qualcosa che ci teneva uniti e ci spronava a fare sempre di più. Poi dovemmo partire per il servizio militare, ci fu la guerra, e qualcuno di noi purtroppo non tornò più. Quando ci ritrovammo di nuovo, più maturi, sempre con la stessa passione e lo stesso amore per le montagne, decidemmo che anche a Valmadrera era tempo di organizzarsi in associazioni, affinché altri giovani con gli stessi ideali potessero accostarsi all’alpinismo. I tempi erano maturi e la mentalità della gente era cambiata, le cose che allora sembravano impossibili ora si potevano realizzare, e così, a dieci anni di distanza, nel 1947, fondammo la SEV -associazione locale- e due anni dopo la sottosezione del CAI. Il nostro sogno più grande era diventato realtà; anche Valmadrera veniva finalmente annoverata tra le fila del più grande sodalizio alpino nazionale.

Come inizio di una più vasta attività, decidemmo di salire sul Monte Rosa e, successivamente sul Cervino; queste ascensioni ci diedero una grande soddisfazione: finalmente avevamo messo piede su due “quattromila”, su due giganti d’Europa. Fu per la nostra sottosezione un passo avanti, un invito ad altre cime, un esempio che altri Valmadreresi imitarono ripetendo più volte l’ascensione di queste splendide montagne.

Ormai la strada del vero alpinismo era aperta: due giovani promesse, Carlo Rusconi ed Elvezio Dell’Oro, si affermavano su vie sempre più ardimentose, tracciate da alpinisti di fama internazionale. Purtroppo pagarono con la vita il loro amore per la montagna; fu per tutti noi un duro colpo, per alcuni uno scoraggiamento. Ma la croce del GianMaria stava là, come invito a salire. Altri giovani, infatti, iniziarono su questa palestra le loro prime timide salite, che li avrebbero successivamente portati alle grandi imprese che tutti conosciamo.

Siamo nel 1965 quando da sottosezione passiamo a sezione, l’anno in cui si celebra in tutta Italia il primo centenario della conquista del Cervino. In questa ricorrenza, tenuto conto del buon numero di soci che già sono saliti su quella bellissima montagna, ci viene concessa dal presidente onorario delle guide del Cervino l’autorizzazione per formare, in seno alla novella sezione il Club degli amici del Cervino. Altre mete vengono raggiunte, tre le più importanti la Scuola Nazionale di Alpinismo in funzione ormai da quattro anni e diretta ultimamente dal nostro Giovanni Rusconi istruttore nazionale, che, per onorare la memoria del fratello Carlo, ne ha seguito le orme.”

Nel primo registro recuperato recentemente risalente al 1951 figurano iscritti 54 soci, alcuni dei quali trasferiti dalla Sezione madre di Lecco, tra questi Darvini Dell’Oro, Luigi Corti, don Antonio Redaelli, Mario Pirola e Francesco Sandionigi e due donne, Rachele Gavazzi e Silvana Pontiggia. Una terza Maria Giovanna Imperatori risulta iscritta nel 1950, mentre quest’ultima ha rivolto la sua attività prevalentemente all’escursionismo, Rachele Gavazzi oltre a salire alcuni quattromila nel massiccio del Monte Rosa e Bernina ha svolto una notevole attività arrampicatoria sia sulle nostre montagne che nelle Dolomiti con personaggi di primo piano tra cui Gino Soldà.

Anche Silvana Pontiggia, dal carattere esuberante e portato all’avventura ha visitato le grandi montagne dell’arco alpino compiendo salite di notevole rilievo legata in prevalenza alla corda di Gigi Vitali e Ginetto Esposito, sempre con i due forti alpinisti ha salito vie si notevole difficoltà sulle pareti delle Grigne, del Masino e delle Dolomiti.

Già all’inizio degli anni trenta appassionati escursionisti valmadreresi avevano iniziato a salire i monti della zona di Pianezzo, non avevano formato un vero gruppo, ma si sentivano accomunati dalla voglia di conoscere la montagna: nessuno insegnava loro le tecniche di arrampicata, ma tutti procedevano per tentativi utilizzando attrezzature “di fortuna”.

“Il 28 aprile 1934 è, per l’alpinismo lecchese, …una data decisiva per capire la tendenza a fare gruppo propria del modo di andare in montagna sviluppatosi in quest’area geografica. Nasce quel giorno il GAFNI (Gruppo Arrampicatori Fascisti Nuova Italia),” meglio, nasce la sezione lecchese del GAFNI, il primo vero gruppo alpinistico italiano, voluto dal regime fascista con scopi militari e propagandistici, nel periodo del ventennio “il regime usava tutti i mezzi possibili per fare breccia tra i giovani”.

Il GAFNI diede a tanti appassionati di montagna la possibilità di avvicinarsi all’alpinismo e contribuì a fare del lecchese un territorio con forti tradizioni alpinistiche.

Anche l’alpinismo valmadrerese ha attinto a quel gran serbatoio di tecnica che era il GAFNI e Darvini Dell’Oro, che è il capostipite dell’alpinismo nostrano, ha mosso i primi passi proprio in questa associazione. Ben presto, negli anni che precedettero la guerra, Darvini divenne il leader dei gruppetti di alpinisti valmadreresi che frequentavano la Grigna… in quegli anni le gite in Grigna si svolgevano partendo a piedi la sera del sabato da Valmadrera, dormendo all’aperto sul piazzale della chiesetta ai Resinelli per poi dedicare la giornata di domenica alle arrampicate sulle guglie più famose del gruppo.”

Gli escursionisti valmadreresi, che scherzosamente tra loro si chiamavano CAZ, Compagnia Alpinistica Zoccoli, per via degli zoccoli ferrati – gli scarponi erano un miraggio, ne ebbe un paio Darvini Dell’Oro dal GAFNI insieme ad alcune corde professionali, mentre i suoi amici adattavano le corde per legare il fieno, “prese a prestito”da nonni o genitori contadini e private dai “sughett”-, arrivavano fino a Laorca dove venivano riconosciuti per il rumore che li accompagnava, proseguivano per la Val Calolden fino ai Piani Resinelli, quindi arrampicavano sulle pareti della Grigna a piedi nudi, -racconta Luigi Corti, uno dei fondatori del Gruppo CAI-. Quando invece la meta era il Pizzo dei Tre Signori, dovevamo raggiungere Introbio in bicicletta, fortunatamente ci era concesso ricoverare la bicicletta nella casa del Parroco, grazie alla nostra amicizia con un allora giovane sacerdote valmadrerese, oggi monsignor Bernardo Citterio.”

Dal 1939 Darvini Dell’Oro, insieme all’amico Pierino Dell’Oro, si sentì maturo per mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti in seno al GAFNI e aprire vie tutte valmadreresi sui Corni di Canzo: nel settembre tracciò a soli diciassette anni la via sul Corno Orientale e nel maggio del 1940 quella sul Corno Rat, della quale Darvini conserva ricordi vividi e pittoreschi.

Il primo tentativo l’abbiamo fatto con la corda da muratore del mio papà. Avevamo quattro chiodi in tutto ed io, a dire il vero, volevo tornare indietro, ma il Pierino da sotto mi diceva :”Tàchess ai brocch” (attaccati ai cespugli). Gli ho dato retta. Poi sono salito in piedi a un blocco e quello s’è lasciato giù, mi sono salvato attaccandomi all’unico cespuglio e abbiamo proseguito. “Eh… gh’è dent un bel tuchelin drezz…” (che si potrebbe tradurre, in linguaggio da nota tecnica odierna: segue un tratto verticale)…”

“…Siamo tornati all’attacco “la festa dopo”, armati di due corde da cinquanta metri prestateci dal Galbusera, uno più vecchio di me che mi aveva portato a fare l’Angelina alla mia prima uscita in Grigna, prima ancora di conoscere il Ginetto.” Molti valmadreresi che si trovavano a San Tomaso seguivano con fin troppo interesse il nuovo tentativo di scalata: “Venivano sotto alla parete. E noi a gridare di togliersi di sotto che cadevano sassi. In certi punti, dove la roccia era più sporca i sassi volavano solo a guardarli. Fra i curiosi c’erano anche le autorità del Comune, evidentemente interessate a tutte le attività sportive. Mi ricordo, infatti, che il Comune organizzava diverse attività: ginnastica, bicicletta, corsa.

Va ricordato che per passare sulla liscia placca della quarta lunghezza Darvini lanciò una corda con appesi dei chiodi su un alberello che si trovava dalla parte opposta della placca. Riuscita l’operazione il capo della corda arrivò al secondo della cordata, Pierino Dell’Oro, il quale riuscì a farlo pervenire a Darvini. I due sulla parete ancorarono la corda e passarono così l’ultimo ostacolo. Tale corda rimase fino all’anno successivo (1941) quando Mario Canali e Giuseppe Dell’Oro (Zipa) misero un tondino di acciaio “vergela” che restò fino alla metà degli anni sessanta.

Nel mese successivo, giugno 1940, l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania; il conflitto mondiale chiese il sacrificio di tutti, “la punta di diamante dell’alpinismo valmadrerese si vide destinata ad Aosta, più precisamente alla Scuola Militare Alpina… Darvini ebbe modo di iniziare anche la pratica dello sci, e durante l’inverno 1941- 1942 prese parte a un corso invernale di sci ed alta montagna al Rifugio Casati, unendo in questo modo al suo bagaglio personale la conoscenza di quelle tecniche di progressione e discesa che vennero inseguito insegnate al primo gruppo di sci alpinisti del nostro paese.

Il 6 settembre 1942 fu una delle giornate più singolari della cronaca alpinistica dei Corni di Canzo: “due fortissimi arrampicatori calolziesi, Ercole Esposito, detto Ruchin, e Alfredo Colombo rispettivamente in compagnia del lecchese Emilio Galli e del milanese Gianfranco Ferrari”, tutti e quattro alpinisti della sottosezione CAI Alfa Romeo, attaccarono la parete Nord Est del Corno Centrale e vi aprirono due nuove vie, in quel momento le più difficili di quelle montagne.

La guerra continuò, e la pratica dell’alpinismo venne temporaneamente abbandonata sui monti “i boschi erano costantemente ripuliti dal legname, fonte vitale per trascorrere gli inverni attorno al camino, mentre le rocce in silenzio, aspettavano il risveglio delle attività”. Le montagne ospitavano e sembravano favorire con le loro asperità e gli anfratti la guerra di Resistenza.

La fine delle ostilità nel 1945 riportò, insieme alla voglia di rinascita morale ed economica, “l’inizio di una più vasta serie di attività in montagna. Tra i giovani pionieri valmadreresi non è da dimenticare la figura di Mario Pirola. Le sue prime attività spaziavano dalle camminate allo scialpinismo, dai timidi approcci con la roccia alla ricerca speleologica.”

Giovani e meno giovani partivano, per la maggior parte a piedi, i più fortunati in bicicletta, verso le montagne di casa nostra e dei dintorni. Tutti uscivano da casa nascondendo accuratamente l’attrezzatura sia perché era opinione comune che fosse pericoloso scalare i monti, sia perché la pratica dell’alpinismo non si conciliava con i tempi della messa e del catechismo domenicale. Negli anni 1946 e 1947 “nomi nuovi si unirono alla lista dei pionieri valmadreresi” e riportarono l’attività alpinistica sui Corni di Canzo: il giovane Carlo Rusconi “fece le sue prime apparizioni” nel 1946 quando assieme a Darvini Dell’Oro e Luciano Corti tracciò una via sulla Torre Desio, mentre nell’agosto del ’47 “Darvino Dell’Oro e Dante Maggi aprirono un nuovo itinerario sul Corno Centrale (3 tècc), quasi una rivincita dopo tutto quel tempo trascorso in guerra.” “Dopo il secondo conflitto mondiale, il piccolo mondo degli alpinisti valmadreresi si ritrovò, come sua abitudine, alla “Ferera” a Pianezzo e da quelle domeniche spensierate nacque l’idea di fondare prima la SEV (Società Escursionisti Valmadreresi) e poi il CAI.” In effetti alcuni escursionisti erano già iscritti alla sezione del CAI di Lecco, pochi in verità perché la quota di associazione era piuttosto elevata per le tasche vuote dei valmadreresi, ma i tempi erano ormai maturi e il numero di “ammalati di montagna” andava sempre crescendo, al punto tale da far sentire l’esigenza di essere riconosciuti con tanto di sede e di avere totale indipendenza dalla sezione madre del CAI di Lecco, alla quale i valmadreresi sarebbero comunque rimasti legati.

Il 2 giugno 1947 -secondo anniversario della proclamazione della Repubblica Italiana- era nata a Valmadrera la SEV (Società Escursionisti Valmadreresi) e due anni dopo, nel 1949, Riccardo Cassin, allora presidente del CAI di Lecco, concesse il permesso di istituire la Sottosezione CAI di Valmadrera. La prima sede fu condivisa con la SEV fino al 1965, e si trovava in via Manzoni in una saletta della trattoria “Spregascina”.

Sul finire degli anni quaranta Carlo Rusconi divenne una presenza significativa sui monti di casa e Darvini Dell’Oro rivisse i momenti della loro prima ascensione alla Torre Desio durante un incontro avvenuto nella sede del CAI nel 1989.

Darvini ha rievocato quell’ascensione con entusiasmo, mimando i movimenti che l’hanno costretto a fare piramide umana con Carlo sulle spalle, ci ha raccontato quanto quel ragazzo, che allora aveva sedici anni, era tecnicamente e fisicamente dotato.

Probabilmente vedeva in lui il suo successore e sicuramente è stato fino alla sua morte, l’alpinista di punta dell’ambiente valmadrerese”.

Volendosi allenare per ascensioni più impegnative, quali il Monte Rosa o il Cervino, Carlo e gli amici si recavano in Val Dell’Oro, considerata già allora un’interessante palestra di roccia, e dove nel 1949 Carlo e Luciano Corti avevano tracciato un itinerario di circa cinquanta metri. Nel 1951, durante il periodo del servizio militare, Luigi Rusconi (Pacin) salì la Punta Walker alle Grandes Jorasses. Indimenticabile fu però l’ascensione al Cervino compiuta senza guida i giorni 12-13-14 agosto 1952 da Carlo Rusconi, Luigi Rusconi (Pacin), Darvini Dell’Oro e Luigi Corti, dopo un primo tentativo fallito nel 1950. In quell’occasione i valmadreresi ebbero l’onore di essere chiamati a far parte del “Club Amici del Cervino”.

Dai ricordi di Giordano Dell’Oro, altra figura significativa nell’ambito della sezione del CAI Valmadrera, emerge la grande passione del Rusconi per le Grigne: “Alle 6 di domenica mattina andavo al Caleotto (dove Carlo lavorava come operaio facendo anche i turni di notte ndr.), gli portavo lo zaino e insieme andavamo ai Resinelli in bicicletta per arrampicare tutto il giorno e tornare a casa la sera”. Il valore dell’alpinista valmadrerese era talmente riconosciuto nel lecchese, che nel 1954 Carlo ricevette un premio di centomila lire messo in palio dall’Unione Industriali di Lecco e che veniva assegnato per meriti alpinistici. In quello stesso anno Rusconi tracciò con Alfredo Villa l’impegnativo itinerario sul Pilastro Maggiore dei Corni di Canzo; i chiodi che servirono per superare la parete erano di fattura artigianale: Carlo… “forgiò assieme ad Alfredo Villa degli esilissimi chiodi, utilizzati in quell’occasione per progredire su una liscia placca attraversata da una sottilissima fessura”. Purtroppo l’anno seguente, era il 1955, Carlo Rusconi morì cadendo dai Torrioni Magnaghi.

L’attività della sezione CAI Valmadrera non si esauriva con la sola pratica dell’alpinismo, ma proponeva anche l’escursionismo e lo scialpinismo.

Tra i primi praticanti di queste attività spicca la figura di Mario Pirola, eclettico personaggio che già a quei tempi con l’amico Luigi Castagna realizzò vari concatenamenti, naturalmente in giornata, sulle nostre montagne: il giorno di ferragosto 1955 Pirola partì da solo da Valmadrera alla volta di Resegone, Boazzo, Ballabio, Grignetta, Grignone con discesa a Mandello. Solo due violenti temporali impedirono al nostro alpinista di attraversare in barca il lago per poter raggiungere i Corni di Canzo e tornare per sera in paese. Darvino Dell’Oro portò invece in paese la pratica dello scialpinismo avendo frequentato un corso di sci e alta montagna al Rifugio Casati. Egli trovò fertile terreno nei giovani Mario Pirola e Castino Canali che presto si dotarono, montando pelli di tessilfoca costruite artigianalmente, di sci idonei e cominciarono le loro salite nelle domeniche d’inverno, all’inizio sulle montagne di casa, Pianezzo, Bevesco, Cornizzolo, poi, acquisita la tecnica, si avventurarono sulle montagne della Valtellina e dell’Engadina. Intorno agli anni cinquanta si costituì in seno alla Sottosezione anche un gruppo di “curiosi” delle grotte. Ancora Mario Pirola insieme a Cesare Dell’Oro, ai fratelli Elvezio e Giordano Dell’Oro, ad Alessandro ed Enrico Rusconi e allo stesso Carlo Rusconi si dedicò alla scoperta e alla visitazione di nuove grotte:

Giordano ricorda che nel “Buco della Sabbia”a Civate i novelli speleologi trovarono alcuni antichi reperti. I valmadreresi erano allora in contatto con uno studente di geologia e direttore della rivista “Rassegna Speleologica” di Como, Salvatore Dell’Oca il quale iscrisse i ragazzi allo SCUC Speleo Club Universitario Comense.

I membri della sottosezione erano estremamente attivi, tanto che una decina di essi organizzò una squadra di soccorso alpino, e, grazie alla disponibilità della Croce Rossa di Lecco, frequentò corsi di primo soccorso. Tuttavia le ascensioni e le scalate in montagna rimanevano l’attività primaria della sezione e la grande passione dei valmadreresi. Giordano Dell’Oro ricorda che con il fratello trascorreva le domeniche nel tentativo di apprendere le tecniche di arrampicata. Non esistevano ancora scuole di alpinismo e non era usanza diffusa insegnare ad arrampicare; chi voleva imparare osservava semplicemente chi già arrampicava cercando di cogliere e carpire i segreti delle tecniche di progressione, oppure consultava i pochi manuali di arrampicata disponibili.

Per imparare la tecnica della corda doppia io e mio fratello -racconta Giordano- abbiamo passato due domeniche a Pianezzo facendo numerosi tentativi. Dopo quella esperienza ho ritenuto che fosse giusto insegnare ai giovani ad arrampicare.” Il fratello Elvezio, caduto dalla Torre Trieste nell’agosto del 1958, era un forte arrampicatore, di lui si ricordano diverse prime ripetizioni di vie allora considerate estreme come la “Esposito” (Ruchin) ai Corni di Canzo, salita con l’amico Cesare Dell’Oro. Per prepararsi alle ascensioni Elvezio si allenava con i mezzi che gli erano a portata di mano. “Questo giovane precorse persino i tempi, elaborando una forma rudimentale di allenamento finalizzato all’arrampicata. D’inverno partiva da Valmadrera per recarsi al lavoro in bicicletta senza usare i guanti, abituando così le mani al freddo pungente. Aveva inoltre acquistato attrezzi per rinforzare le dita e la muscolatura. L’esercizio più impegnativo era però costituito da parecchi giri da sopra a sotto il tavolo da cucina utili per prepararsi alle pareti strapiombanti”. Nel 1956 i due fratelli Dell’Oro aprirono una via sul Corno Centrale, e nell’inverno successivo tracciarono un nuovo itinerario a Balmuccia in Valsesia, che oltre ad essere la prima ascensione era anche la prima invernale. L’epilogo delle avventure di Elvezio è tristemente noto: la sua morte, a poca distanza da quella di Carlo Rusconi, segnò gli ultimi anni cinquanta.

La scomparsa di due figure diventate carismatiche nell’universo alpinistico locale lasciò un segno così profondo da provocare un periodo di stasi e di ripensamento.

Solo verso la metà degli anni sessanta l’attività alpinistica a Valmadrera riprese vigore grazie alle imprese di una nuova generazione. Furono Giovanni e Antonio Rusconi, fratelli di Carlo, con Giorgio Tessari i primi a ridare vigore all’alpinismo valmadrerese. Una delle maggiori difficoltà che questi giovani dovettero affrontare fu sicuramente l’opposizione delle famiglie già provate dai funesti eventi; ma la determinazione e l’inventiva non facevano difetto a questi ragazzi.

Il primo successo della emergente generazione capitò nel 1964, Giorgio Tessari e Antonio Rusconi, non ancora ventenne, tracciarono sulla parete Nord Est del Corno Orientale la via don Arturo Pozzi, allora Parroco di Valmadrera.

Questo itinerario era già stato addocchiato da Carlo poco tempo prima della sua scomparsa. Nello stesso anno la medesima cordata insieme ad Angelo Canali realizzò la via Quattordio su una evidente torre del Moregallo, oggi denominata Torrione Quattordio.

Uno dei sogni dei ragazzi era poter frequentare la prestigiosa scuola dei Ragni, ma le scarse risorse economiche consentivano solo l’apprendimento dai pochi manuali reperibili e dall’esperienza dei predecessori. Furono di notevole aiuto Dionigi e Castino Canali, i personaggi che fecero da punto di collegamento tra le due generazioni e da stimolo per le ripetizioni delle classiche vie delle Alpi.

Sulla spinta dei risultati che i giovani andavano ottenendo si aggregarono Angelo Canali, Pietro Paredi e Gianni Rusconi che diventò in seguito il vero leader di quella generazione.

Il 1965 fu per il CAI di Valmadrera un anno importante: la Sottosezione divenne finalmente Sezione autonoma. Giordano Dell’Oro, già reggente della Sottosezione, venne eletto primo presidente, Mario Ricci, che aveva caldeggiato e lavorato molto per l’autonomia, divenne il fidato segretario che per lunghi anni accompagnò con la sua minuziosa precisione il cammino della Sezione. Forse fu anche per questo motivo che l’attività alpinistica aumentò di intensità, risalgono a quegli anni parecchie prime salite sulle montagne di casa: la via Butti sul Corno Centrale è opera di Gianni Rusconi e Giorgio Tessari. Dionigi Canali e Antonio Rusconi furono gli artefici della via don Antonio Redaelli, dedicata dai primi salitori a questo sacerdote che aveva svolto il suo ministero a Valmadrera ed era un appassionato ed attivo alpinista.

Appena giunto a Valmadrera sul finire degli anni trenta, il sacerdote si era trovato subito in sintonia con l’ambiente alpinistico, spesso era compagno di cordata di quei giovani e alla nascita della Sottosezione don Antonio venne nominato cappellano.

Uno dei più assidui accompagnatori di don Antonio fu Beppe Lucernini, il quale in seguito svolse mansioni di dirigente della Sezione.

In pieno periodo bellico, don Antonio era riuscito a scalare il Pizzo Tresero e a celebrare la messa sulla cima, poi, già nel 1949, quindi con tre anni di anticipo sui primi salitori valmadreresi “aveva dato l’assalto” al Cervino con la guida Jean Pelissier.

Negli anni sessanta Dionigi Canali, Paolo Riva, Antonio e Gianni Rusconi tracciarono sul Corno Rat la via “Concordia”, interamente in artificiale. Sul paretone Nord (350 m) del Monte Moregallo, che si trova a perpendicolo sul lago, si cimentarono Antonio Rusconi, Castino Canali, Pietro Paredi e Giorgio Tessari, che in due giorni di arrampicata prevalentemente in artificiale, con un bivacco in parete, realizzarono la via OSA, dedicandola alla associazione alpinistica locale.

Il Consiglio Direttivo della neonata Sezione CAI si mosse per organizzare un corso di roccia e quindi una Scuola di Alpinismo che venne intitolata ad Attilio Piacco, alpinista vercellese con salde radici lecchesi caduto dalla Punta Torelli in Val Masino. La scuola vide la luce nel 1966; primo direttore fu l’Istruttore Nazionale di Alpinismo Giorgio Redaelli, autore di mitiche scalate e vie nuove realizzate con le più prestigiose firme dell’alpinismo dell’epoca prevalentemente nel Gruppo della Civetta ed è per questa ragione che fu soprannominato “Re del Civetta”.

La “Scuola” cresceva, le pareti di casa divennero palestra di allenamento e l’esperienza accumulata portò i valmadreresi a imprese di maggior respiro sulle grandi montagne.

Il 1966 fu l’anno della tristemente nota alluvione in Friuli, i valmadreresi si attivarono nella raccolta di aiuti per queste popolazioni e parecchi soci della sezione diedero il loro spontaneo contributo per recapitare agli abitanti dell’Agordino i generi di primo aiuto. Il direttivo della sezione decise di mettere a disposizione una cifra per l’acquisto di beni di conforto per i bimbi di Gosaldo. Don Nino Buttol così scrisse sul notiziario stampato in occasione del “ventesimo” del CAI Valmadrera… “Infatti ritornarono a Gosaldo all’Epifania seguente. Portarono ai nostri bimbi dolciumi e giocattoli, dono dei ragazzi valmadreresi, che in quel periodo vincevano egregiamente nel concorso televisivo “Chissà chi lo sa?” La distribuzione dei doni avvenne nella sala parrocchiale, presenti i soci del CAI venuti per l’occasione…”

L’anno successivo, il 1967 Dionigi Canali e Antonio Rusconi realizzarono una bellissima impresa sulle pareti delle Grigne che fece parecchio parlare l’ambiente alpinistico per l’audacia dimostrata: fu la terza ripetizione assoluta della via Oppio al Sasso Cavallo, con due bivacchi in parete. La via era allora considerata “la più difficile via dell’intero gruppo delle Grigne, e certamente una delle più impegnative delle Alpi”, così scriveva Claudio Cima nella sua guida “Scalate nelle Grigne.