cai

L’attività continua

Come si è detto la perdita di Alberto lasciò un segno profondo, così il 1994 passò nel segno dello svolgimento delle normali attività: le scuole organizzarono i corsi regolarmente e ognuno praticò la montagna all’insegna della routine.

Fu visitato il gruppo montuoso dell’Atlante, in Marocco, da un gruppo di scialpinisti, soci e istruttori della scuola: Andrea Corti, Ruggero Dell’Oro, Giorgio Tessari, Bruno Rusconi e Piero Carnovali salirono con gli sci la più elevata cima del Monte Toubkal di 4167 metri. Perseguitati dal maltempo, i nostri scialpinisti lasciarono le montagne e dopo due giorni di viaggio attraverso le piste del deserto del Sahara raggiunsero l’oasi di Rissani, dove fecero tappa alcuni giorni divertendosi con gli sci a scendere sulla finissima sabbia delle famose dune di Erg-Chebbi.

Per dare l’opportunità ai soci di effettuare salite impegnative che richiedevano una particolare preparazione e conoscenza alpinistica Giovanni Valsecchi e Ruggero Dell’Oro, coadiuvati da alcuni istruttori della scuola di alpinismo, si accollarono l’impegno di organizzare gite per affrontare le classiche vie delle Alpi.

Si formò un gruppo di non più giovanissimi che potevano però disporre di tempo libero durante la settimana da dedicare ad escursioni ed ascensioni. Tale iniziativa venne seguita anche dai soci della sottosezione di Oggiono con ottimi risultati.

Degni di nota furono i cambi ai vertici delle scuole: GianMaria Mandelli subentrò a Gianbattista Crimella alla guida della scuola di alpinismo; Beppe Dell’Oro lasciò il posto a Giorgio Tessari nella scuola di scialpinismo, mentre Angelo Villa succedette a Piero Centonze nella direzione dell’alpinismo giovanile.

L’anno successivo non brillò per intensità di attività delle giovani leve: una cordata non più verde che era rimasta affascinata, durante le diverse peregrinazioni nel Circo dell’Albigna, dalla vergine e imponente parete Nord del Pizzo del Ferro Orientale, riuscì a scalarla. Adelio Alquà, GianMaria Mandelli e Gianni Magistris tracciarono, salendo con i mezzi tradizionali, una via di cinquecento metri di notevole impegno.

 

Alpi, spazi liberi

di Gianbattista Magistris

Molti eventi nella vita degli uomini nascono casualmente, vuoi per un incontro fortuito, vuoi per una discussione che porta a disquisire su avvenimenti e comportamenti oppure su questioni e argomenti di reciproco interesse. Nel nostro ambiente la montagna è il centro di interesse e le discussioni s’intrecciano sulle diversità e sui modi di affrontarla. Si parla di alpinismo, e su questo argomento specifico ci si dilunga in considerazioni di tecnica e di etica, di classico e di moderno, di luoghi più o meno frequentati, di grandi montagne dove ormai per potervi accedere ci si deve imbattere in una miriade di inghippi burocratici per ottenere i permessi, (chissà poi perché), e di costi, di tempi e di modalità scoraggianti.

Fortunatamente, abitando a ridosso delle Alpi, dobbiamo ritenerci dei privilegiati. Bastano, infatti, modesti spostamenti, poche ore di automobile per raggiungere la meta prefissata per l’escursione o per una salita di difficoltà alpinistica di maggiore impegno. Anche sulle nostre belle Alpi purtroppo, e non sempre a ragione, vi sono dei vincoli o divieti o pedaggi da pagare per raggiungere talune località. Trascurandone magari altre, certamente meno alla portata di mano, anzi di gambe, sgombre da ogni limitazione e divieti. Ma le Alpi sono proprio diventate così piccole? Non c’è più spazio per realizzare nuove salite per itinerari logici (senza sforacchiare)? O forse manca solo la voglia di caricarsi un sacco sulle spalle e liberare la fantasia per rendersi conto che anche sulle nostre Alpi c’è ancora tanto da scoprire? La costiera settentrionale dei Pizzi del Ferro affonda le sue radici nella vedretta dell’Albigna, un ambiente severo, fuori dai circuiti tradizionali ma pregno di fascino. GianMaria, grande conoscitore della zona e attento osservatore mi racconta che la parete Nord del Pizzo Orientale non è mai stata salita. La sua descrizione mi incuriosisce tanto che una visita è d’obbligo. Col binocolo scorro questo perfetto triangolo che si eleva dalla crepaccia terminale per quasi 500 metri, mi stupisce che nessuno sia mai salito. Ci proveremo noi…

Venerdì 21 Luglio 1995 decidiamo di salire al Pizzo per il successivo fine settimana, il Giovedì seguente si aggrega a noi Adelio: meglio così, un amico in più e un po’ meno carico sulle spalle. Venerdì 28 luglio 1995 pernottiamo al rifugio Allievi in alta Val di Zocca. La mattina successiva alle 4,30 sotto una miriade di stelle risaliamo il sentiero che porta al Passo di Zocca per ridiscendere sul bacino glaciale dell’Albigna. In meno di tre ore ci ritroviamo oltre la crepaccia terminale della nostra parete. Sistemiamo i sacchi, uno leggero per il capo cordata di turno, gli altri due ben zavorrati.

ADELIO – Parto io per le prime lunghezze che mi sembrano abbastanza agevoli. GianMaria assicura mentre il sottoscritto (sono il meno giovane o se preferite il più vecchio) predispone un ometto di pietra per segnalare il punto di attacco. Le prime tre filate vanno via tranquille, la quarta presenta un piccolo diedro e una fessura che termina presto, una delicata traversata a sinistra e una buona sosta.

ADELIO – Saliamo diritti? Guardate che bel diedro.

GIANNI – Fa il bravo Adelio, vedrai che le difficoltà le troveremo, non andiamo a cercar rogne. Due metri a sinistra la parete è più rotta e un po’ più abbordabile.

GIANMARIA – Dai provo io, mi ispira questo diedrino inclinato, provo a scaldarmi le scarpe perché sopra mi sa che c’è da divertirsi parecchio.

Superiamo tre lunghezze di media difficoltà baciati da un caldo sole, che è l’unico che vedremo e sentiremo in tutta la giornata; troviamo anche il tempo per qualche scatto fotografico, lo scenario che fa da sfondo è pittoresco: l’Ago di Sciora e la parete Est della Sciora di Dentro. La corda sfila lentamente con lunghi periodi di pausa, non vediamo Gianni ma è facile intuire cosa sta accadendo.

ADELIO – C… deve essere dura! Se non va quello, c’è da morire è quasi un’ora che sta tribolando.

GIANMARIA – Molla tutto, porco cane, sono placche levigate come lavagne, con lastre poco stabili, dai venite.

Aveva ragione. Un conciliabolo a tre per stabilire come superare i tetti a me non passa neanche dall’anticamera del cervello l’idea di tentare, quindi mi limito anche nei consigli. Parte Gianmaria, un chiodo tra due lame, un secondo chiodo, un metro a destra in posizione impossibile, un enorme dispèndio di energie, un terzo maledettissimo chiodo per doppiare il tetto.

ADELIO – Com’è sopra, si adagia un poco?

GIANMARIA – È liscio come una lastra di vetro, non si passa, non c’è un appiglio, una fessura, non c’è un accidente, maledetta!

GianMaria tenta con la staffa, niente, questa riesce solo a sbilanciarlo. Si riposa una, due, tre volte.

GIANMARIA – Ci vogliono le unghie e i denti, se non passo adesso ritorno.

Lo vedo, ha la giusta grinta, è determinato.

GIANNI – Vedrai Adelio che adesso passa, lo conosco troppo bene, guardalo in faccia. Sta attento alle corde.

Un balzo felino, un urlo smorzato dallo sforzo, poi tre, quattro minuti di silenzio, solo l’ansimare per recuperare le forze, infine si sente battere un chiodo.

ADELIO – Com’è lì sopra, si va?

GIANMARIA- Un girone dell’inferno, un diedro aggettante a sinistra – poi con voce che non lascia dubbi – Cristo, neanche un chiodo. Un chiodo e il passo era fatto, ve l’avevo detto di recuperare tutto, adesso venite voi, un extra piatto avrebbe risolto il problema.

Non era vero -. La fessura di fondo del diedro è riuscita ad accogliere due micro nuts (sicurezza morale) e niente più. Due ore per quaranta metri, andiamo bene!

ADELIO – Adesso mi viene da ridere: se quello ha sofferto, io muoio. Alla sosta ci guardiamo in faccia, sopra di noi un deserto verticale, sì, verticale. Non una fessurina, non una piccola sporgenza. Dieci, dodici metri improteggibili. Non c’è altra soluzione o di lì oppure di lì, la scelta è attrezzare le doppie (se possibile) e… a casa.

GIANMARIA – Adelio, questa è tua, sali tre, quattro metri poi obliqua un po’ a destra fino a raggiungere quella specie di nicchia.

ADELIO – Come c… faccio! Non si vede una ruga, non riesco a stare sul niente!

GIANMARIA – Vai dai! Quaranta chili di ossa stanno su da soli… (speriamo).

Si alza di qualche centimetro, scorre le mani per individuare qualcosa che non esiste. Parla tra sé e sé, impreca, maledice il verticale e il niente. Dal punto di sosta vediamo la suola delle pedule, tutta la suola, perché di appoggi… nemmeno l’ombra. Venti minuti per tre metri: un incubo.

ADELIO – C… torno indietro non c’è niente, non si passa.

GIANMARIA – Dai che ne hai fatte di peggio, solo perché adesso sei un po’ stanco. Riposati un attimo poi vai… Bravo Adelio, bravo. – Rivolto a me: per un attimo l’ho visto maleNon mollare tre metri e sei fuori! Dai, dai che è fatta. Un piccolo spostamento a destra gli permette di entrare con le unghie in una fessurina superficiale (un centimetro), un attimo di lucidità per esclamare, Cristo, questa maledetta parete non ci lascia uscire.

Quaranta minuti per una placca di dodici metri sono tanti. Poi un passo, quello della disperazione, e un guizzo: è fatta. Adesso la corda scorre regolare, non che sia facilissimo, si tratta sempre di VI grado D.O.C., ma almeno è arrampicabile.

ADELIO – Adesso basta c… c’è ancora una placca (quattro metri) secca, non ce la faccio.

GIANMARIA – Ma va dai! Un bel chiodo nella fessura orizzontale, ti sposti tre metri ed è fatta. Qualche accidente, una imprecazione, qualche maledizione e via. Dieci minuti per risolvere il problema, poi un grido, la liberazione.

ADELIO – Meno male, altrimenti morivo, si vede il profilo di cresta, siamo proprio sotto il dente c… meno male ne ho piene le p…

GIANNI – Dai non metterla giù dura, là in basso volevi andare a cercare i guai: hai visto che li hai trovati! Sistema la sosta che saliamo altrimenti bivacchiamo su queste placche che proprio comode non sono.

Altri cinquanta metri arrampicabili, tre lunghezze per cresta, la fine.

Un abbraccio, il tempo di sistemare i sacchi, la discesa al bivacco prima che venga buio.

ADELIO – Avete pensato come chiamare la nostra via? Io avrei una proposta.

IN CORO GIANMARIA ED IO: – Dilla!

ADELIO – Mi piacerebbe dedicarla a Loredana!

E così sia.

 

Un anno tranquillo

Il 1996 fu ancora un anno di “tranquillità alpinistica”, furono realizzate alcune ripetizioni delle classiche vie sulle pareti delle Alpi, anche di notevole impegno. I più giovani sembravano mancare di fantasia prediligendo l’arrampicata in falesia, attività che richiede grande impegno fisico, ma scarsa concentrazione psicologica: questo non è l’alpinismo che rispecchia la tradizione dell’alpinismo a Valmadrera e la nostra scuola. Adelio Alquà frequentò con profitto il corso e diventò Istruttore Nazionale di Alpinismo. La cordata che due anni prima aveva salito il Pizzo del Ferro, ritornò nell’Albigna, questa volta attirata dalla Scioretta, cima che era stata individuata proprio mentre il gruppo scalava il “Ferro”. L’anno successivo Sergio Necchi e Alberto Brocheri con Gian Maria Mandelli e Gianni Magistris si avventurarono sul ghiacciaio dell’Albigna, il pretesto era fare una gita, ma le intenzioni vere erano di verificare se ci fosse la possibilità di tracciare una via sulla intatta parete Est della Scioretta. Agli occhi dei quattro amici si presentò un enorme diedro che solcava tutta la parete e “…Sergio, carissimo e troppo discreto amico sorride e ci punzecchia con una frase che per noi diventa un invito: quest’anno festeggiamo cinquant’anni di fondazione della Fior d’Alpe sarebbe meraviglioso…”

Così Gianni Magistris, GianMaria Mandelli e Adelio Alquà, dopo un tentativo fallito quella stessa estate, realizzarono l’anno successivo la via Fior d’Alpe.

 

La notte di San Lorenzo

di Gianbattista Magistris

Quel sabato 29 luglio 1995, dalla parete Nord del Pizzo del Ferro orientale abbiamo avuto modo di contemplare, (nei rari momenti di tranquillità), il magnifico scenario che chiude a Sud Ovest il Circo dell’Abigna, una cima in particolare ci ha colpito per la sua forma aguzza. Dal nostro punto d’osservazione non siamo stati in grado di identificarla poi, consultando le carte della zona, è emerso che la nostra cima era la Scioretta. Andiamo a visitarla da vicino, chissà! Quando si dice che si è stregati è perché dentro ogni individuo scatta un meccanismo di irresistibile tentazione che ti spinge ad avvicinarti a conoscere più intimamente e profondamente l’elemento scatenante la malìa. Sì, è come l’assassino che ritorna sul luogo del delitto o l’innamorato che rincorre l’amata oppure come noi, poveri sognatori che a stregarci sono stati pietre, neve, vento, nebbie e ghiaccio e forse qualche altro elemento. Oppure, ora che ci penso, non sarà quel suo nome femminile e un po’ intrigante, ALBIGNA, che ha scatenato in noi la voglia di penetrare nelle sue più recondite valli ad accarezzarle i fianchi, ora freddi e perlati di gelo, ora caldi perché baciati dal sole ma sempre invitanti, discreti e silenziosi? Una domenica d’inizio estate 1996, con Sergio, Alberto e Gian Maria c’incamminiamo per il sentiero che porta al passo di Cacciabella che però abbandoniamo quando questo, dall’andamento pianeggiante, prende a salire decisamente. Continuiamo verso Sud contornando i contrafforti di creste che scendono perpendicolarmente alla valle, non vi è più traccia di passaggio, avvistiamo piccoli gruppi di camosci e spesso il sibilo acuto delle marmotte ci fa sussultare. Dopo oltre un’ora di cammino da quando abbiamo asciato il sentiero ci sorprende, guardando verso Ovest, un enorme diedro. Per noi alpinisti è una provocazione, ci si domanda se nessuno abbia mai pensato di scalarlo, prendiamo alcune foto poi continuiamo la nostra gita. Più ci allontaniamo meglio vediamo la struttura di quella parete e il diedro comincia a diventare un’ossessione. La luce, ora radente, esalta il profilo dell’aguzza cima e il diedro è ancora più ossessionante, Sergio, carissimo e troppo discreto amico, sorride e ci punzecchia con una frase che per noi diventa un invito: quest’anno festeggiamo cinquant’anni anni di fondazione della Fior d’Alpe, sarebbe meraviglioso… Come si fa a non raccogliere. Continuiamo il cammino sino a scendere sul ghiacciaio, lo risaliamo sino ad avere l’intera visione del severo circo: il versante Nord della Cima di Zocca e dei Pizzi del Ferro, il Torrione del Ferro, la Sciora di Dentro, l’Ago la Pioda. Il ritorno lo percorriamo per il sentiero che scende dal Passo di Zocca e porta al rifugio Albigna.

ATTO PRIMO

Il giorno del tentativo è il 13 di agosto dell’anno del Signore 1996, ci ritroviamo per prendere la prima funivia che sale fino alla diga, ah dimenticavo!, oltre i soliti tre, Gian Maria, Adelio e il sottoscritto c’è anche Beppe il quale non è mai stato in quei luoghi e desidera conoscerli (forse perché contagiato dal nostro magnificarli). Ci incamminiamo con passo da turisti (è il presagio che sarà una giornata di prova generale) verso la nostra mèta che dista circa tre ore dalla stazione di arrivo della funivia. Arriviamo sotto la nostra parete che il sole è là, alto, troppo. Risaliamo la lingua di neve e un tratto del facile canale. Prepariamo la cordata, si avvia Adelio, una fessurina, un diedro, una placca, la prima sosta. Due chiodi, saliamo anche noi, non è difficile, terzo, quarto grado, arrampicabile. Beppe che si è portato la videocamera e la macchina fotografica riprende! Un dubbio amletico assilla Adelio: la fessura diritta, oppure i diedrini che portano sotto lo strapiombo? Noi consigliamo i diedrini, lui opta per la fessura. Due passi un chiodo, un c… perché il chiodo non entra bene. Infila la staffa, la carica del suo peso, (40 chili), non ha fiducia, batte un secondo chiodo, qualche altro c… rinvia e dopo vari tentativi riesce a doppiare uno spigoletto. Non lo vediamo più ma lo sentiamo, intanto è passato mezzogiorno e abbiamo guadagnato tutto d’un colpo 50 metri da quando abbiamo attaccato. Maledizioni e giaculatorie si alternano ai vari tentativi di mettere un chiodo, quando Adelio riesce è ormai passata un’altra ora, ma in compenso gli è passata anche la voglia di andare avanti. Decidiamo di scendere, una doppia e siamo alla base. Gian Maria ed io proviamo ad attaccare le placche a lato della logica via di salita per avere conferma della nostra intuizione: Adelio si dissocia. Al ritorno capiamo che nella testa del nostro “compare” non c’erano corde e chiodi ma altri lidi al caldo sole del Sud. Ci lasciamo con l’intento di ritornare per un ulteriore tentativo al rientro dalle vacanze, ma l’inclemenza del tempo e altri impegni non ci permettono di riprovare.

ATTO SECONDO

Rieccoci, ancora l’Albigna, anzi, per la precisione ancora per il grande diedro Est della Scioretta rimasto incompiuto l’anno scorso. Decidiamo di portarci il necessario per bivaccare perché l’avvicinamento è abbastanza lungo, le previsioni meteo sono buone, il clima è ideale e poi è la notte di San Lorenzo, la tradizione dice che basta esprimere un desiderio e sarà esaudito, noi ci proviamo. Troviamo il posto per allestire il nostro “albergo” proprio di fronte alla Cima di Castello, soffici praticelli tra i massi di granito, un sogno. Mentre scarichiamo vettovaglie e sacchi a pelo, da sotto un grosso masso fa capolino il musetto furbo di un ermellino, ci guarda fisso, l’espressione dei suoi occhi ci dice che lì siamo degli intrusi. Per farci perdonare dell’invasione lasciamo sul masso qualche boccone di pane e formaggio, poi ci incamminiamo per portare il materiale sotto la parete. Ci vuole un’ora abbondante prima di raggiungere l’attacco, sono solo le tredici, decidiamo quindi di salire, la prima lunghezza e relativa sosta sono già attrezzate dal precedente tentativo. Adelio esige la testa della cordata dopo lo smacco dello scorso anno, e sia. Dalla prima sosta sale diritto un pilastrino verticale, poi un diedrino che porta sotto gli stapiombi molto bagnati, infila un cordino in un buco, supera il tetto, il successivo muretto è liscio e verticale con una fessura che accoglie un ottimo chiodo, tre metri ed è fatta. Dal punto di sosta si intuisce che la scalata non dovrebbe presentare grosse difficoltà. Sistemiamo il materiale e con due doppie siamo di nuovo alla base. Ritornati al nostro “albergo” ci accorgiamo che il nostro amico ha gradito il cibo che gli abbiamo lasciato, lo rivediamo rispuntare da sotto il masso, ci guarda con più benevolenza e ci corre intorno. Il tramonto si spegne sulla Cima di Castello tingendola prima di un rosa intenso, poi via via, sempre più pallido fino a quando la falce della luna la avvolge nel suo biancore spettrale. Ma lo spettacolo indimenticabile è il cielo che quella notte si riempie di tanti lumicini e di tanto in tanto qualcuno si stacca dalla volta e va a spegnersi in chissà quale valle. La sveglia è brusca, alle quattro e trenta Gian Maria vede dei lampi e in cielo non si vede più una stella. Non avvertiamo il rumore del tuono pertanto deduciamo che il temporale è lontano, prepariamo la colazione, è ancora buio quando ci incamminiamo per raggiungere la nostra méta. Risaliamo le prime due lunghezze sulle corde lasciate il giorno prima. GianMaria prende il comando della cordata, affronta la placconata che porta all’inizio del grande diedro, dieci lunghezze su solido e appigliato granito, qualche protezione intermedia con friends e dadi mentre ai punti di sosta due chiodi che lasciamo in parete. Sono le undici quando arriviamo in cima, cinque ore di salita, di grande soddisfazione senza patemi su difficoltà tra il IV e V grado, una classica che dedichiamo al “50° Fior d’Alpe”. La discesa non facile per la cresta Nord, salita per la prima volta da Burgasser, ci impegna con altre due ore di arrampicata (4° grado ndr.). Lasciamo “la terra di nessuno”, come l’ha chiamata Gian Maria, e quando arriviamo a incrociare il sentiero di Cacciabella, ci soffermiamo, guardiamo l’ultimo ometto di pietra che abbiamo costruito per segnalare il passaggio. Non so leggere nel pensiero ma gli sguardi dei miei compagni sono un libro aperto sul quale leggo a chiare lettere, “c’è ancora parecchio da fare, ritorneremo!”.

 

Verso il futuro

Nel 1996 all’interno del gruppo di Alpinismo Giovanile, dopo la nascita della Sottosezione di Oggiono ed in seguito alla collaborazione con il Gruppo Volontari per la difesa della Natura di Suello, si presentò la necessità di riorganizzare la direzione al fine rendere più efficiente e razionale l’attività, e più appetibile ai ragazzi la frequenza ai corsi che in quegli anni avevano avuto un notevole incremento. Si mise a punto, seguendo le indicazioni della Commisione Nazionale di Alpinismo Giovanile, un “Progetto Educativo”. Già nel 1992 si era formata una commissione paritetica con il compito di coordinare tutta l’attività: organizzazione dei corsi, aggiornamenti degli accompagnatori, gite. Tale Commissione fu presieduta dalla sua istituzione e fino al 1995 da Piero Centonze, cui subentrò Angelo Villa fino al 1997; oggi il presidente è ancora Piero Centonze. Attualmente operano all’interno del gruppo di alpinismo giovanile cinque accompagnatori regionali: Piero Centonze, Luigi Ratotti, Giuliano Galli, Ausilio Castelnuovo e Giorgio Mazzoleni che sono affiancati da Enrico Beretta quale membro del Soccorso Alpino della squadra di Valmadrera, da Luciano Riva e Giuseppe Rota che hanno il compito di coordinare le attività con il consiglio direttivo della sezione, da Marina Morucci, segretaria efficiente, precisa e puntuale, e da un affiatatissimo gruppo di accompagnatori sezionali.

A testimonianza della valida attività della nostra Scuola di Alpinismo Giovanile restano la partecipazione, nel 1992, del giovane Alessio Riva ad una settimana speleologica internazionale a Costacciaro in Abruzzo, e, nel 1998, quella di Stefano Rota al trekking organizzato dalla Commissione Nazionale sul Gran Sasso. Inoltre dal 1996 quattro o cinque ragazzi vengono scelti per partecipare alla settimana di trekking interiezionale e alla settimana ecologica estiva che prevede l’autogestione di un rifugio. Tali attività sono sostenute dalla commissione lombarda di Alpinismo Giovanile che per il 1997 e 1998 ha affidato alla scuola valmadrerese l’organizzazione dell’incontro di chiusura di queste due iniziative.

Nel 1997 il Consiglio Direttivo del CAI durante una delle prime riunioni diede mandato al comitato di redazione di Vertice di realizzare un volume che ripercorresse la strada lunga cinquant’anni di vita dell’associazione. È stato uno sforzo notevole, durato fino alla fine del 1999, il cui risultato e ora in Sede e nelle librerie.

Da allora l’attività della sezione è stata caratterizzata dall’organizzazione dei vari corsi che hanno registrato un notevole incremento di partecipanti, tanto da mettere sotto pressione gli organici degli istruttori. Adelio Alqua’ venne nominato per l’anno 1997-1998 Direttore della Scuola di Alpinismo, e durante tutta la stagione un’intensa attività fu svolta dai soci, scialpinisti, escursionisti e alpinisti. Luca Dell’Oro e Gerry Redepaolini tracciarono un’interessante salita sul Pilastro Rosso, un contrafforte roccioso alla sinistra orografica del ghiacciaio del Ventina che chiamarono “Il sogno di Icaro”.

Concludiamo con gli eventi più importanti di questo 1999: a Giorgio Redaelli, nostro socio, primo direttore e tra i fondatori della nostra Scuola di Alpinismo, è stato assegnato il prestigioso “Premio SAT 1999”* per l’alpinismo. La candidatura è stata formulata e sottoscritta da Gianbattista Magistris, Presidente della sezione, GianMaria Mandelli e Piero Piacco, rispettivamente Direttore e Presidente della Scuola di Alpinismo. Nel mese di agosto Gianbattista Villa in compagnia di due alpinisti trentini, di un bresciano e di un bergamasco ha scalato lo Huayana Potosi di 6088 metri e l’Illimani di 6460 metri in Bolivia. Per ricordare i venticinque anni di fondazione della Scuola di Scialpinismo e i cinquanta della nostra Sezione, cinque istruttori di scialpinismo, Gianni Bonacina, Fulvio Donadoni, Samuele Striatto e Stefano Ravasi, guidati da Giorgio Tessari, hanno salito con gli sci il Kedarnath Dome, montagna di 6831 metri nell’Himalaya del Gahrwal indiano. Tre di loro Giorgio, Samuele e Stefano, dopo aver piazzato tre campi intermedi hanno raggiunto la cima a mezzogiorno del 15 agosto. È stato il modo più bello per festeggiare due ricorrenze importanti per il CAI di Valmadrera.