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L’epopea delle invernali

Nel 1968 iniziò l’epoca delle “grandi invernali”, l’alpinismo di Valmadrera era decollato e ormai veniva citato dai mezzi di comunicazione nazionali e internazionali.

Dalla metà degli anni sessanta fino alla metà degli anni settanta l’alpinismo fu caratterizzato dalle grandi ascensioni invernali sulle pareti più importanti della cerchia alpina, lungo le vie che in quegli anni rappresentavano il limite del possibile. Fra le cordate più agguerrite di quel periodo quella di Gianni e Antonio Rusconi, con altri alpinisti quasi sempre valmadreresi, compì imprese memorabili dove la tenacia, la sofferenza e l’affiatamento fecero del gruppo di Valmadrera una sorta di leggenda.

Gianni Rusconi era la mente e il capo carismatico di questo gruppo, il fratello Antonio era una sorta di scudiero fedele del fratello maggiore, un po’ brontolone, un po’ fatalista, ma con un cuore e una forza da fare impallidire i più famosi alpinisti dell’epoca. Giorgio Tessari coetaneo e compagno di cordata di Antonio era una sorta di formica laboriosa e prudente che non lasciava nulla al caso, pertanto il suo apporto alla cordata spesso diventava indispensabile. Poi c’erano i due giovani, entrambi di nome facevano Gianbattista, che Gianni inserì nel gruppo al momento di attaccare la parete Nord Ovest della Civetta: il Villa (Gianin) a soli 18 anni si trovò su una grande parete in pieno inverno e non si emozionò affatto (lui non è il tipo!), anzi lavorò al pari degli altri nella gestione della cordata e con gli anni ha dimostrato che il suo spirito nel fare gruppo è sempre stato vincente. All’altro, il Crimella, Gianni assegnò il compito più importante, quello di condividere la conduzione della cordata, e Crimella se la cavò sempre molto bene, perché arrampicava con una naturalezza ed una semplicità di movimento che pochi possiedono, cui aggiungeva una discreta dose di incoscienza che solo i giovani della sua età potevano avere. Questo era il gruppo valmadrerese: ad esso si aggiunse più volte un valmadrerese di adozione, Giuliano Fabbrica di Seregno che, avendo frequentato come allievo negli anni precedenti la Scuola di Alpinismo “A. Piacco”, diede un notevole contributo alla riuscita di alcune imprese. Altri alpinisti gravitarono intorno al gruppo Rusconi: Gianluigi Lanfranchi e Roby Chiappa di Lecco, Heinz Steinkotter di Trento e tedesco di adozione, Rino Zocchi ed Elio Scarabelli di Como.

Gianni Rusconi guidò questo gruppo collaudato sulle più difficili pareti delle Alpi in pieno inverno, e in altre due occasioni anche in spedizioni extra europee, al Sant’Elia in Alaska e al Pucaranra in Perù. Vale forse la pena ricordare le imprese dei fratelli Rusconi con una breve cronologia delle loro ascensioni invernali. Antonio e Gianni Rusconi dal 10 al 19 marzo 1968 scalarono in prima ripetizione e prima invernale la via Piussi-Redaelli sulla parete Sud-Ovest della Torre Trieste. Fu poi la volta della via delle Guide al Crozzon di Brenta che venne scalato in prima invernale dal 7 al 14 marzo 1969 dai fratelli Rusconi con Roby Chiappa e Gianluigi Lanfranchi. Fu poi la volta della parete Est-Nord-Est del Pizzo Badile, dove in sette giorni e dopo una decina di tentativi effettuati dal 14 al 20 marzo 1970 Antonio e Gianni tracciarono in prima assoluta e prima invernale la Via del Fratello, il loro capolavoro. I due Rusconi ritornarono in Bregaglia, questa volta sul versante settentrionale del Cengalo dal 5 al 15 febbraio 1971 per un’altra prima assoluta e invernale in compagnia di Giuliano Fabbrica, Heinz Steinkotter e Giorgio Tessari; la via venne dedicata ad Attilio Piacco. Dal 16 al 19 dicembre 1972 Gianbattista Villa, Gianbattista Crimella, Giorgio Tessari, Giuliano Fabbrica e Gianni Rusconi ripeterono in prima assoluta e invernale la Via Vera sul versante meridionale del Pizzo Badile.

Sul versante Nord-Ovest della Civetta Gianni e Antonio Rusconi, Gianbattista Crimella, Giorgio Tessari e Gianbattista Villa tracciarono la Via dei 5 di Valmadrera dal 16 al 22 marzo 1972 dopo due precedenti tentativi falliti.

Ancora sulla parete Nord-Ovest della Civetta, sulla Punta Tissi, Gianni Rusconi, Giorgio Tessari, Giuliano Fabbrica e Gianbattista Crimella realizzarono la prima invernale del diedro Philipp-Flamm dal 7 al 14 febbraio 1973. Quindi l’attività invernale del gruppo si spostò nel massiccio del Monte Bianco. Dal 28 al 30 dicembre 1973 Antonio e Gianni con Gianbattista Villa scalarono la parete Est del Dente del Gigante, prima ripetizione e prima salita invernale; dal 23 al 28 gennaio del 1974 i fratelli Rusconi, Gianin Villa, Gianbattista Crimella e Piero Ravà salirono per la via Gervasutti il Picco Gugliermina compiendo la prima invernale. Il 4 e 5 gennaio 1975 fu realizzata la prima invernale della via Bonatti alla Chandelle ad opera di Antonio e Gianni Rusconi. Infine, a conclusione di questo “storico” periodo i “cinque” di Valmadrera, e cioè i fratelli Rusconi, Tessari, Crimella e Villa dal 20 al 25 febbraio dello stesso anno salirono in prima invernale la parete Est del Grand Pilier d’Angle per la via Bonatti percorrendo un nuovo tratto che raccorda la cresta di Peuterey.

Nel 1973 Gianni Rusconi con l’aiuto del giornalista Aurelio Garobbio pubblicò gran parte di queste avventure nel libro “Pareti d’inverno” (18) del quale presentiamo alcuni brani significativi di ogni ascensione.

 

Da “Pareti d’inverno”

Inverno 1968

Gianni ed Antonio Rusconi si trovavano sulla parete Sud Ovest della Torre Trieste con l’intenzione di ripetere in prima invernale ed anche in prima ripetizione assoluta la via aperta da Ignazio Piussi con il lecchese Giorgio Redaelli dieci anni prima.

…“Da cinque giorni ormai viviamo circondati dal vuoto ed a pensarci bene ci meravigliamo di non sentirne l’avversione. La nostra attrezzatura è quel che è: sacco a pelo e piede d’elefante ce li hanno prestati; gli indumenti del giorno sono anche quelli della notte. “Li procureremo in seguito“, abbiamo detto e dopo questa esperienza, poco alla volta, adeguando i desideri, tanti ai soldi, pochi, ci provvederemo del necessario. Comunque, della presente penuria non ci lamentiamo: se i polpastrelli non ci facessero tanto male!

Al contatto con la roccia gelida, l’epidermide si è cotta; talvolta si sentiva la punta delle dita attaccarsi al sasso e, levando la mano, sul sasso restava un leggero strato di pelle. Si sono anche formate lunghe setole e tra queste e le spellature, le nostre povere dita sembrano quelle di un lebbroso. Con la differenza che è carne viva e spesso il contatto con la roccia è doloroso. Mentre ero intento a piantare un chiodo, mi sono concesso l’ingenuità di mettere un moschettone in bocca: subito la lingua si è attaccata al ferro ed ora ha come un anello rosso intorno alla punta. Ad Antonio cominciano ad ingrossarsi le labbra screpolate; la parte destra del mio naso si sta ingrossando; questi inconvenienti anziché attenuarsi assumeranno forme sempre più fastidiose e si aggiungerà per me un principio di congelamento ai piedi. Sono passati quattro anni e, stando ai medici, non me la sono ancora cavata del tutto. Tanto per conformarsi al ritmo di questa parete, il diedro giallo che ci sovrasta, strapiomba.

Più ci alziamo, più le difficoltà aumentano. Il sole ci ha raggiunto, batte implacabile sulla roccia nuda: l’aria diventa secca. Un’arsura crescente ci infastidisce; con il trascorrere delle ore il disagio aumenta, la gola è arsa, la lingua si gonfia al punto da non poterla muovere; limitiamo al massimo le scarse parole che ci scambiamo, perché proviamo difficoltà a pronunciarle, e dolore. Nel superare un’ennesima pancetta, un chiodo messo come si suole dire con le mani, esce. Mi trovo tre o quattro metri più sotto: dondolo con in mezzo alle gambe l’immenso vuoto, sino ai ghiaioni sotto l’attacco:non è sensazione allettante, credetemi.

Che cosa accade in simili frangenti? Si pensa troppo e si pensa niente. Non è un gioco di parole, il mio: con velocità supersonica, impressioni d’ogni genere si sovrappongono in serie infinita e nello stesso tempo la volontà e l’istinto suggeriscono i movimenti da compiere; non è concesso un attimo di titubanza e se ne ha la piena certezza. Per fortuna ho potuto dare in tempo l’avvertimento ad Antonio, che stava sul chi vive, seguendo le mie mosse; l’immediata manovra delle corde ha contenuto la caduta e tutto si è risolto senza gravi inconvenienti. Non ho mai sentito battere così forte il cuore! Con mosse da gatto, imponendomi di vincere un tremito che tutto mi percorre -eppure le mani non tremano – risalgo aiutato da Antonio, ed il suono delle mie parole mi sembra estraneo. Sono attimi, ma si incidono nella carne e non solo nella memoria. Forse vale la pena di viverli: comunque, non sono affatto un esaltatore del rischio. Eccomi ritornato in posizione normale, con i piedi appoggiati sulla roccia – anche se non con l’intera superficie della suola – e con le mani aggrappate ad appigli sicuri. Le parole di Antonio hanno il potere di ridarmi la calma: parla del chiodo, dello scorrimento della corda, di una certa staffa; “è stato un bel volo”, conclude, e così – l’animo tornato tranquillo – riparto. Il terreno è decisamente ostile: solo dopo più di un’ora di continui sforzi riesco a superare quel passaggio che sembrava volermi impedire il proseguimento della salita. Aggiro un masso incastrato ed al termine di questo tiro di corda arrivo al punto dove, di comune accordo, decidiamo di fermarci. É troppo tardi per proseguire; il buio si annuncia ed il passaggio tra il giorno e la notte sarà breve assai. Bivaccheremo seduti sui seggiolini.”

I due alpinisti lottarono per più giorni sulla parete e la loro progressione lenta ma costante dovette fare il conto con le continue nevicate notturne; le ultime difficoltà li misero a dura prova, tanto che Antonio volò e rischiò di trascinare nel vuoto anche Gianni. Dopo sette bivacchi i due fratelli raggiunsero la vetta, ma non fu facile trovare la via di discesa: la nebbia e le continue nevicate avevano reso difficile la ricerca degli ancoraggi per le corde doppie.

…“Dove siamo di preciso?” In mezzo alla nebbia, è l’unica cosa certa. E si fa notte.

Per il resto, sappiamo di aver compiuto la prima ripetizione e la prima invernale della via Piussi-Redaelli. La parte verticale è finita. “Ma dove siamo di preciso?” Insiste Antonio. “Nel buio e nella nebbia”, ripeto, e non aggiungo “in una zona a noi del tutto sconosciuta”.

Finalmente i fratelli riuscirono al buio a toccare una cengia, ma, ironia della sorte,dovettero bivaccare per un’altra notte a poche centinaia di metri dagli amici che erano saliti ad incontrarli.

 

Inverno 1969

Gianni e Antonio Rusconi con Gianluigi Lanfranchi (Pomela) e Roby Chiappa tentarono più volte di realizzare la prima ripetizione invernale della Via delle Guide sul Crozzon di Brenta, e alla fine arrivarono in vetta dopo sei bivacchi.

…“Verso le sette del mattino dell’otto marzo mentre siamo intenti ai preparativi per la partenza, i raggi del sole toccano la nostra cengia e sembra un altro mondo. Godiamo del tepore, dopo una notte rigida che ha congelato il respiro sui sacchi a pelo. Da quando tentiamo questa parete, è la prima volta che il sole viene a salutarci e lo consideriamo un ottimo augurio. Poi via: oggi “si gira” Parto per primo con uno zaino e la cinepresa, mi fermo su di un piccolo appoggio dopo un delicato traverso, punto l’obiettivo su Pomela che mi sta sotto, mi raggiunge, prosegue passando in testa. Il tiro seguente non è verticale e Pomela per aprirsi la strada deve spazzare la neve che si è accumulata su ogni minima protuberanza. Sta in un punto molto critico. Proseguire diventa un problema e non trova il sostegno dove mettere i piedi per fermarsi, o per chiodare. Prova e riprova e quando meno se l’aspetta, a toglierlo da una situazione così ingrata, dietro una quinta di roccia appena pronunciata scopre un chiodo. Finalmente assicurato prosegue nella ripulitura degli appigli, sale lento e deciso, metro dopo metro. Poi tocca a me e quando lo raggiungo è ormai l’una del pomeriggio. Gli lascio lo zaino, prendo il comando della cordata. Attacco una placca quasi strapiombante, tagliata da una fessura verticale che si riesce a chiodare. Ben presto, purtroppo, la musica cambia, la fessura diventa cieca, per proseguire devo ricorrere a piccoli cordini appesi a scagliette di roccia, forse tenute salde dal gelo. É quanto di più dubbio e di più incerto, ma di necessità devo fare virtù. Arrivo così all’inizio della traversata da farsi in aderenza: porta sotto il grande tetto.

In questo difficile passaggio, la base inclinata dove si appoggiano i piedi è coperta di ghiaccio; gli appigli per le mani, pochi per l’esattezza, sono scomparsi sotto la neve. Stavolta esperienza insegna – ho portato uno spazzolino ed in posizione delicata lavoro cercando di scoprire qualche appiglio, ma questi sono desolatamente piccoli e solo riesco ad infilarci le prime falangi. Mi aiuto anche con il martello-picozza, praticando degli intagli nella neve gelata e passando poi con mosse da gatto, ben conoscendone la fragilità. Mi pare di essere l’equilibrista che sta eseguendo il numero d’eccezione lasciando con il fiato sospeso; devo essere prudente e veloce; devo sostare il minimo possibile in quelle posizioni che non danno affidamento. Finalmente – gli attimi durano secoli – arrivo alla base del tetto, trovo un chiodo, con gesto rapido vi assicuro la corda e tiro un lungo respiro di sollievo. Siamo anzi in due a tirarlo, perché Pomela per tutto il tempo mi ha seguito con occhio vigile e con i nervi tesi, pronto a intervenire con le manovre in caso di volo.

É però sempre sconsigliabile il passaggio dalla teoria alla pratica, specie con sotto un vuoto di parecchie centinaia di metri. Il chiodo provvidenziale mi dà sicurezza, ma il tiro di corda non può finire qui: mancano cinque metri per arrivare al posto di fermata. Per vincere quei cinque metri di roccia, faticherò due ore e mezzo.”

Giunti in vetta cominciarono i problemi più seri, si scatenò una bufera di neve che sembrava non voler smettere mai, e nonostante i quattro avessero trovato rifugio nel bivacco posto in cima al Crozzon, erano ormai senza viveri e dovevano affrontare la lunga e complicata discesa dalla vetta.

…“La marcia è di una lentezza esasperante. Per coprire la distanza di una ventina di metri in linea d’aria, impieghiamo quasi tre ore. Proseguiamo lungo la cresta che è un continuo saliscendi, io in testa, Antonio e Pomela con gli zaini più pesanti, Roberto ultimo della cordata. Lottiamo da disperati per non venire portati via dalle raffiche.

Certi tratti sono di ghiaccio vivo; in altri affondiamo sino alle ascelle nella neve farinosa. Non parliamo, ci limitiamo ai comandi secchi. Spesso neppure gridando ci s’intende e ricorriamo a segni convenzionali, consistenti in un certo numero di strattoni alla corda che ci unisce. Quando le folate raggiungono la massima violenza, ci copriamo il naso e la bocca conle mani, per poter respirare. Gli occhi lacrimano, le lacrime gelano sulle ciglia. La faccia è martoriata da mille aghi di ghiaccio”. …“Ad un tratto scorgo sopra di noi l’inconfondibile forma del rifugio Tosa e, più in alto, il rifugio Pedrotti. Ci siamo passati vicini senza vederli, ci siamo abbassati nella valle senza accorgerci. La visione mi infonde coraggio, vorrei affrettarmi ma non ce la faccio, è già molto se riesco a muovermi.

Conto i passi nell’illusione di far meno fatica; mi metto carponi, cammino a quattro zampe, mi sembra di nuotare a cagnaccio. L’altura è sempre lontana, mi alzo, fisso quella meta, chiamo per vedere se ci sono i nostri amici, nessuno risponde. Sotto gli ultimi metri abbastanza ripidi tolgo lo zaino e me ne servo come appoggio per i piedi. Riprendo a strisciare carponi, allo stremo delle forze giungo in cima al pendio, il rifugio non c’è. Un’altra visione mi appare tra la nebbia e la neve, eguale a quella di prima: un pendio, un rifugio più sotto e un rifugio più in alto… Non ci sono amici che chiamano, non ci sono amici che attendono, non ci sono rifugi, c’è solo nebbia e neve, neve e nebbia. Chissà dove siamo finiti! Tengo tesa la corda: ad essa aiutandosi uno dopo l’altro arrivano i compagni. Guardano intorno cercando con gli occhi il rifugio, guardano me. Non una domanda, non una imprecazione. Quando il silenzio diventa insopportabile, Roberto dice a Pomela: “Abbiamo promesso di prendere la sbornia, se fossimo riusciti a scalare il Crozzon: quella promessa resterà un ricordo per chi l’ha sentita”. Antonio si accascia appoggiandosi sulla mia gamba sinistra, piange, parla della mamma: “Non la vedrò più, non la vedrò più”. Il mio cervello continua a ripetere la frase di Mazeaud: “Il dramma è cominciato e non ce ne siamo accorti”, ed è come quando un disco si incanta. Per la prima volta una gelida paura mi assale e mi sommerge: la paura di perdere qualcuno dei compagni, la paura di non tornare più a casa. La casa, mio figlio, mia moglie, aprire la porta della mia casa, entrare rilassarsi nella sicurezza. Sdraiarsi e riposare, godere del tepore… Il senso della realtà e della responsabilità mi fanno balzare in piedi. Se ci fermiamo, siamo perduti. La nevicata continua; non riconosco i pendii intorno a noi; la visuale è ridotta, sempre più si restringe. Pomela va avanti una cinquantina di metri, per vedere che cosa c’è dietro un dosso; noi decidiamo di abbandonare il materiale alpinistico, che non abbiamo più la forza di trasportare. Ecco un canale. Un secondo canale lo segue. Divalliamo affondando nella neve sino al petto. La nebbia si alza e scorgiamo un mugo. Siamo salvi!

 

Inverno 1970

Nel 1970 si scatenò una specie di corsa alla parete Est-Nord-Est del Pizzo Badile. L’idea era quella di scalare una linea di fessure che scende dal catino sommitale a sinistra della famosa via Cassin. Numerose cordate si interessarono a questo progetto e durante l’estate alcune di esse attaccarono anche la parete, fra queste cordate c’era anche quella di Gianni Rusconi e Franco Giorgetta (Antonio non c’era perché infortunato), che in compagnia di altri amici salirono alcune lunghezze di corda. Poi l’estate passò e la parete rimase un sogno che quasi tutti gli alpinisti misero nel cassetto. Gianni e Antonio, nel frattempo rimessosi dall’incidente,ritornarono alla base della parete in pieno inverno e cominciarono a salire con una serie di tentativi che sembravano non portare a niente di definitivo. Alla fine però, i due raggiunsero la vetta lungo una via nuova in pieno inverno, dedicando la loro impresa al fratello Carlo caduto in Grigna nel 1955. La “Via del Fratello” al Pizzo Badile è l’impresa più bella dei Rusconi. In questa scalata i due fratelli diedero prova di una tenacia e di una resistenza diventate leggendarie. Da buoni “crapuni de la Val” soffrirono e lottarono in condizioni limite e scrissero una delle più belle pagine dell’alpinismo invernale. Durante i numerosi tentativi -dieci in tutto- Gianni e Antonio furono spesso respinti a causa del cattivo tempo. Ogni volta i due cercavano di ritornare in fretta a casa per potersi presentare puntuali al lavoro, così da non consumare giorni di ferie. Alcune volte le ritirate dalla parete furono vere e proprie odissee tra continue slavine e fitte nevicate. Finalmente il tempo si mise al bello e arrivò il momento di compiere il tentativo finale; i due rimasero in parete cinque giorni consecutivi affrontando bivacchi incredibili sotto le slavine che cadevano dal catino sommitale, addirittura nell’ultimo tratto di parete, si scatenò di nuovo la tempesta.

…“È questa la notte più lunga delle nostre scalate, è desolata, ed opprimente. Non accenna a finire; il tempo si è fermato e la montagna si è messa in movimento, sembra debba crollare in queste tenebre, con una scarica dopo l’altra. Verso le 6 del 19 marzo, ed è ancora buio, decidiamo di uscire dal riparo, per troncare una situazione diventata insostenibile e cacciare i molesti pensieri dell’immobilità forzata. Che sforzo per uscire: il telo si è irrigidito, in parte è sepolto, siamo come dentro un involucro di ghiaccio. Quando finalmente riusciamo a muoverci con movimenti liberi, infiliamo a fatica il sacco a pelo nello zaino. Cerchiamo sotto la neve il materiale legato alle corde. Lo troviamo, le valanghe non l’hanno portato via. Antonio ripete continuamente le stesse frasi: “Con questo tempo non saliamo più”; “Con questo tempo non scendiamo più”.

L’uragano bianco si è scatenato. Nei brevi intervalli per prepararci alla partenza, casco, passamontagna, giacca a vento,tutto si ricopre di una fodera di ghiaccio che si estende sul viso. E lo nasconde. Batto una mano sulla spalla di Antonio: “Dài, che ce la facciamo! Pensa a Carlo, era un duro”.        

Antonio non risponde. “Cento metri e siamo in vetta! Per superare quei cento metri, impiegheremo otto ore e mezzo. Salgo alla cieca. L’incrostazione di ghiaccio sul volto limita la visibilità. Ripulisco con la mano guantata l’occhio sinistro: sopracciglia e ciglia partono. Prima che riesca a ripulire l’occhio destro, quello sinistro è di nuovo ricoperto. Le slavine precipitano a valle, fra la tormenta; il vento turbinoso le ributta su dalla parete dentro l’imbuto nel quale lottiamo; la neve polverosa risale ribollendo fino a noi, ritorna a precipitare. Il vento crea continui vortici sibilanti. Tutto è in movimento; sembra che la parete non debba finire mai. AI termine di un primo tiro faccio sicurezza, recupero Antonio. Mentre salivo è dovuto rimanere fermo ed il ghiaccio l’ha foderato, sembra una bianca statua imbacuccata che si muove. Una maschera gelata gli ricopre completamente il volto. Non vede nulla. È salito seguendo la corda. L’aiuto a ripulirsi. “Non ce la faccio più”, geme, “non ce la faccio più, mi fa male il cuore”. Frugo in tasca, gli faccio inghiottire una delle pastiglie che portiamo sempre. “Dai che ce l’abbiamo fatta già altre volte”. Non mi risponde. “Pensa a Carlo. Era tutto d’un pezzo, lui. E noi gli dedichiamo questa via!”. Seguono un secondo, un terzo tiro. La tempesta acuisce la violenza. Le raffiche ci buttano addosso palate di neve. Ogni volta che Antonio mi raggiunge, devo scrostarlo dal ghiaccio. Il turbine fischia e ulula; per udire la voce del fratello devo accostare l’orecchio alla sua bocca. “Non ce la faccio più!” ripete. Non ho più nulla da dargli. Gli metto le corde sulle spalle; come un automa le prende e le manovra, per forza d’abitudine. Ho due possibilità. Proseguo diritto verso destra, con il rischio che se faccio un volo strappo via anche Antonio; oppure vado su verso sinistra, aggirando un becco di roccia e di neve che sporge e che, al caso, trattenendo la corda mi potrà fermare. Scelgo questa seconda soluzione e prima di arrivare alla forcella scorgo delle rocce nere. Punto verso esse, ma non faccio in tempo a raggiungerle, una slavina mi investe. “Volo!”, urlo ad Antonio, che non mi può sentire. Per non esser strappato via, faccio pressione sulla piccozza, punto i ramponi, dapprima sembra di essere sulla sabbia, poi di colpo, sento che le gambe lavorano, la punta della piccozza tiene, mi fermo, siamo salvi. Ripulisco la faccia dalla neve, scopro di essere trenta metri sotto il punto dove stavo. Riprendo a salire più cocciuto che mai. Nella sfortuna c’è anche un po’ di fortuna: la slavina che mi ha tirato giù ha posto allo scoperto due spuntoni di roccia. Assicuro ad essi due cordini, ricupero il fratello. Un’altra volta lo ripulisco, un’altra volta gli metto le corde in spalla. La vetta sta a trenta metri. Proseguo tastando con la piccozza, ad un certo momento sento il vuoto: sopra di me non c’è più nulla. Sono arrivato in cima.

La “via del fratello” è compiuta. Mi inginocchio e prego. Prego con il pensiero, non con le parole. Il vortice delle nubi e della neve intorno a me non mi lascia aprire la bocca; attraverso la nuvolaglia squassata dal vento filtra un raggio di sole. È il momento indescrivibile del compimento di un’impresa, ma l’attimo sublime trascorre fulmineo, è già passato. La realtà mi chiama: noto una specie di cassa formata da due lastroni verticali e ci salto dentro; ricupero velocemente il fratello che viene su alla cieca. “Siamo in vetta”, urlo, “siamo in vetta!”

 

Inverno 1971

Nell’inverno 1971 Gianni e Antonio non partirono più soli, ma con altri tre amici. I cinque alpinisti attaccarono la parete Nord del Pizzo Cengalo alta 1300 metri, dove non esisteva nessuna via diretta alla cima. Durante questa ascensione Gianni Rusconi perfezionò la tecnica di progressione già sperimentata sulla Via delle Guide, che nelle invernali successive gli permise di scalare grandi pareti con un relativo margine di Sicurezza. La tecnica consisteva nel dividere i compiti all’interno della cordata; una cordata, quella di punta, apriva e attrezzava la via e la cordata d’appoggio seguiva sulle corde fisse portando gli zaini più pesanti. Successivamente Gianni chiamò questa tecnica “della chiocciola” ricordando un vecchio adagio dialettale che recita “La và, la và la sprega adrée la cà”. In quell’anno si unì ai Rusconi anche Giorgio Tessari, amico fraterno e compagno di cordata di Antonio, che fu presente in quasi tutte le invernali successive dando un grosso contributo alla realizzazione delle stesse. Mentre Heinz Steinkotter fece parte del gruppo solo al Cengalo, Giuliano Fabbrica, il quinto componente della cordata, continuò per alcuni anni il sodalizio con i valmadreresi. L’invernale alla parete Nord del pizzo Cengalo per una nuova via denominata “Attilio Piacco” si svolse in due tentativi; il secondo venne portato a termine dopo undici giorni di permanenza in parete. Come durante l’ascensione alla “Via del Fratello” fu determinante l’aiuto del capo del Soccorso Alpino della Val Bondasca Dino Salis, il quale si teneva continuamente in contatto radio con la cordata, ne seguiva i movimenti e informava gli alpinisti degli eventuali cambiamenti meteorologici. La parete si presentava particolarmente impegnativa in quanto alternava passaggi strapiombanti con difficoltà tecniche elevate a tratti leggermente più adagiati dove la neve e il ghiaccio coprivano anche la più esile fessura.

…“E’ domenica 13 febbraio. Dopo il decimo bivacco ne dovremo affrontare un altro? Siamo a duecentocinquanta metri dalla vetta, forse sono solo duecento. Comunque non c’è tempo da perdere: è opportuno approfittare di questo intervallo di calma per alzarci il più possibile. Partiamo subito. Heinz senza zaino è in testa; poi io con lo zaino; gli altri tre ci seguono con l’intero materiale. Le difficoltà si mantengono sul V grado; ad ogni tiro si ha l’illusione – alimentata dalla speranza – che sia l’ultimo, ed invece non é finita. Un camino ghiacciato terrà impegnato Heinz, non sempre i chiodi vogliono entrare e se entrano sono malsicuri. Finito il camino sento Heinz che tira un respiro di sollievo. Il tratto che gli sta davanti gli sembra facile. Ma non lo è. Se ne rende conto appena attacca, brontola, ripete “è uno schifo” teme di non riuscire a passare, s’inquieta, si calma, protesta, riprende le abili ponderate mosse di sempre, ce la fa. Anche quest’oggi il tempo è volato; ci troviamo ad un centinaio di metri dalla cima. “Scorgete la vetta?” , chiedono con insistenza quelli della seconda cordata.

Heinz è impegnato in una traversata, lotta con il ghiaccio e con la roccia, la sua schiena pronostica il cambiamento del tempo e gli fa male, teme di non riuscire ad arrivare in vetta.Trova il posto per fissare un bel chiodo, si ferma, mi cede il comando, gli lascio lo zaino. Il ghiaccio sulle placche di granito si fa sempre più sottile, tanto che i gradini che vi pratico più non reggono il peso del corpo. Mi viene in mente che una volta, un po’ per gioco un po’ per esercizio, mi creavo con il martello dei piccoli appoggi sulla roccia: lo faccio ora, con un’intera parete sotto di me, e riesco a passare. Risalgo così per lungo tratto, tenendomi sulla punta delle scarpe e quando non ce la faccio più per la fatica e per la tensione, ecco una provvidenziale fessura da passare alla Dulfer. Qualche metro, un bel chiodo americano piazzato in modo da infondere una fiducia illimitata, e ricupero Heinz. E’ buio. Un nevischio rabbioso nulla lascia scorgere, c’è uno scivolo di sessanta, settanta metri molto ripido, sopra il quale dovrebbe iniziare il gandone che porta alla vetta. Le otto di sera. Legato con un cordino di sette millimetri, lungo cento metri, continuo a salire. Heinz mi fa sicurezza. Dapprima la neve é molle, diventa poi più compatta e più dura, alla fine non riesco nemmeno a piazzare la punta degli scarponi. Mi servo del martello-piccozza, scavo a colpi rapidi e nervosi, ho fretta di giungere in cima, in gara con le tenebre. Arrivo alla roccia, metto le mani sulla roccia, cerco il punto più adatto per superare il gandone, mi muovo a tentoni; sono ormai le nove di sera, adesso, ma sono contento e canto. Canto di gioia perché abbiamo la vittoria in pugno, canto per rincuorare ed incitare i compagni che non vedono nulla, ne sanno in qual punto preciso ci troviamo, e così anticipo la lieta notizia. Presto saranno fuori dalle difficoltà. Una volta arrivati tutti e cinque, spostiamo delle pietre per ricavare le due piazzole per le tende, fissiamo le tende, ci mettiamo in comunicazione con Salis. Impegnati su passaggi difficili abbiamo mancato tutti gli appuntamenti radio del pomeriggio ed egli stava in pensiero. Si rasserena udendoci, si rallegra della nostra vittoria, ci salutiamo con un “buona notte”. Attraverso la folata di neve portata dal vento vediamo brillare le stelle.

 

Valmadrera – Alaska 1971

Nell’estate 1971 il gruppo collaudato durante le invernali organizzò una spedizione extraeuropea con l’ambizioso progetto di scalare il Monte Sant’Elia in Alaska per una via nuova lungo lo Sperone Est. Alla spedizione parteciparono Gianni e Antonio Rusconi, Giorgio Tessari, Giuliano Fabbrica, Rino Zocchi ed Elio Scarabelli. Il Sant’Elia, alto 5943 metri, era stato scalato una sola volta da una spedizione italiana guidata dal Duca degli Abruzzi nel 1891. Da allora nessun’altra persona aveva raggiunto la vetta di questa isolatissima montagna nord-americana. Gli alpinisti allestirono il campo base sul ghiacciaio Savoia, pieno di insidiosi crepacci, e durante i primi giorni di permanenza furono bloccati nelle tende a causa di forti nevicate.

…“Al settimo giorno, ed è il 15 luglio, esce il sole. Zaini in spalla e via. Della pista non è rimasta traccia; gli orli dei crepacci, le gobbe tormentate, le rose dei seracchi, le crestine, tutto è ovattato dalla neve fresca che ammorbidisce ogni spigolo; qua e là le nebbie salgono lungo i canali, sostano a banchi a metà delle pareti, finché una corrente d’aria le scompagina sfilacciandole. È uno spettacolo sublime, sa di risveglio ed affondando e ansimando l’ammiriamo. Eccoci alla base della nostra cresta che ha cambiato volto; saliamo lungo il tratto già noto. La tenda del campo uno è semisepolta; per il resto… prima l’itinerario appariva difficile ma percorribile, ora è diventato del tutto impraticabile.

Le condizioni sono pessime: esili cornici di neve inconsistenti, sporgono su pareti di mille, di milleduecento metri; tratti di cresta andrebbero percorsi a cavalcioni per duecentocinquanta, per trecento metri e forse più. Nessuna misura di sicurezza è valida su quel terreno ovattoso, cedevole, permeato d’insidie. Quasi a confermarcelo, mentre osserviamo delusi la parete che stiamo salendo, con sinistro rimbombo una delle cornici si sfascia e precipita. Proseguire significherebbe addossarci un rischio enorme contro assai scarse possibilità di riuscita. Decidiamo di scendere. Ed è tornando indietro che abbiamo ad ogni istante la conferma di quanto pericolosa sia la posizione nella quale ci troviamo. “Smontiamo il campo!” Spiace, e molto, ma nessuno solleva obiezioni. In silenzio ci mettiamo all’opera, guardandoci quasi di sfuggita. Il sogno superbo di scalare il Sant’Elia per questa elegantissima cresta crolla nel vuoto come le cornici che la tormenta ha ingrossato, plasmandole.

Più delle fatiche sostenute per raggiungere questa quota, ci pesano i giorni impiegati ai quali purtroppo si sommano gli altri dell’immobilità forzata. Anche la discesa continua ad essere un problema perché con il trascorrere delle ore la neve tiene sempre meno. Il fruscio sinistro delle slavine ci accompagna insieme al sordo tonfo finale e alla nube di neve sollevata; lo spettacolo è di una grandiosità terrificante: non ci troviamo però nelle condizioni di spirito adatte per ammirarlo e goderne, e soprattutto non ci conviene perdere istanti preziosi.

Più presto ci tiriamo fuori, meglio è.” …“Verso le diciassette dai fianchi del Sant’Elia si stacca una valanga di proporzioni straordinarie, al di la di ogni immaginazione. Metà della parete est si mette in movimento, poi sembra che l’intero fianco crolli. La smisurata massa di neve raggiunge il ghiacciaio, l’attraversa ricoprendolo, sbatte contro le pareti del Monte Newton,sprigiona un gelido polverone ribollente che invade l’intera vallata e sale fino alle cime. Per qualche tempo è buio; i teli delle tende sbattono con violenza per il potente spostamento d’aria. Sentiamo i gelidi brividi della paura. Ognuno la legge negli occhi dell’altro, cerca di compiere qualche atto, spostare un sacco, muovere una racchetta, fissare la corda di un telo, per superare il momento del grande panico. Non passa mezz’ora, ancora non ci siamo rimessi da tanto spavento, e un altro boato sordo ed ancor più assordante ci atterrisce: stavolta è il Monte Newton che scrolla di dosso la coltre di neve; la colossale valanga piomba a picco sul ghiacciaio sotto di noi, il ghiacciaio vibra e trema. Un fungo enorme, simile a quelli delle esplosioni atomiche, s’avventa contro il cielo, dilatandosi con velocità incredibile. Un vento furioso pregno di pulviscolo nevoso ci investe, acceca, asfissia:

dobbiamo lottare con ogni forza, aggrappandoci come possiamo, per non essere portati via insieme alle tende. Tanto veloce è lo sconquasso di quel finimondo, tanto lento il ritorno alla normalità. La folata del vento si placa, cessa, ma per un bel po’ la neve continua a cadere, poi si cominciano ad intravedere le cose, ritornando la luce. Ristabilita la calma, osiamo ricacciare la testa fuori dalle tende. La neve polverosa che si è depositata intorno a noi, raggiunge i trenta centimetri; sopra di noi le montagne sono sempre belle, ancor più belle, come se nulla fosse accaduto.”

La cresta Est, che con lo spigolo Nord-Est era l’obiettivo principale della spedizione, risultava impraticabile, perciò il gruppo decise di raggiungere la cima seguendo la via percorsa dal Duca degli Abruzzi nel1891. La salita non risultò per nulla semplice, gli insidiosissimi crepacci del ghiacciaio Savoia e la neve inconsistente impegnarono gli alpinisti in una progressione continua lunga tutte le ventiquattro ore della giornata, visto che a quella latitudine e in quella stagione non esiste la notte.

…“All’1,30 di notte stiamo piccozzando l’ultima cornice di neve che ci separa dal filo della cresta. Nel giro di mezz’ora, tutti e sei siamo sul sospirato colle Russell. Che stracchezza! Il cuore martella per l’altitudine. Fa molto freddo, occhio e croce saranno trenta sotto zero. Indossiamo giacche a vento e pantaloni imbottiti, scaldiamo un po’ di tè e ogni sorso ci risolleva. Alle due e trenta si parte: ci attende la maestosa piramide della vetta. Si soffre di mal di capo, di giramenti di testa, di vomito. Ognuno ha la sua e dipende dall’alta quota e dall’eccessivo sforzo. Antonio è passato davanti a darmi il cambio; Elio, legato con Antonio, sta sempre peggio, cerca di non lasciarlo capire, talvolta prende persino il comando della cordata. Gli altri vanno rimettendosi. Ad un certo momento Elio si ferma, colto da violenti conati di vomito. “Non insistere”, gli dico. “A quest’altezza, spesso non siamo noi a comandare”. Di tornare indietro, proprio non se la sente: “Bisogna andare in vetta”, ripete.

Continuiamo così sino a 5.200. Elio si ferma, sta male un’altra volta. Vorrebbe partire, è ammirevole questa sua forza di volontà, ma la tenacia non basta.

Elio Scarabelli non ce la faceva più, con lui si fermarono Gianni e Giorgio. La cima venne raggiunta da Antonio Rusconi, Rino Zocchi e Giuliano Fabbrica. Gianni, visto il miglioramento delle condizioni di Elio andò incontro ai tre in vetta ed alla fine le cordate si ricongiunsero e ritornarono insieme al campo base.

Gli alpinisti avevano ancora alcuni giorni a disposizione prima che l’elicottero arrivasse a prelevarli dal ghiacciaio, perciò decisero di compiere un ultimo tentativo allo spigolo Nord-Est. Purtroppo le condizioni della parete restarono pessime tanto che il gruppo rischiò un serio incidente.

…“Riprendo a salire, un altro boato è seguito da quanto si temeva. Su di un fronte di circa duecento metri si stacca un lastrone ed ha lo spessore di una sessantina di centimetri. Lancio l’allarme e faccio un salto nell’aria così parecchia neve mi passa sotto senza travolgermi. Ricadendo di peso rompo volutamente il lastrone con tutte le forze e riesco a conficcare piccozza e ramponi nella sottostante neve solida. La corda che mi lega al fratello si tende, Antonio è stato trascinato, cerco in ogni modo di rimanere ancorato alla superficie solida, la neve mi ricopre completamente. Riuscirò a resistere? Non ce la faccio più e quasi nello stesso tempo sento che sono fermo. Soffoco. A fatica caccio fuori la testa, respiro, guardo intorno, scorgo Rino e Giorgio, la terza cordata che la valanga non ha toccato. Dove sono gli altri? Anche la seconda cordata è stata investita. Ecco, una testa spunta dalla neve, anche le altre emergono, respirando affannosamente. Siamo vivi, è la prima constatazione; siamo incolumi, è la seconda, e ci solleva l’animo. Con tanto sconquasso possiamo dirci fortunati. Ci togliamo la neve di dosso, spazzolandoci con le mani, guardiamo sotto di noi: avremmo fatto un bel salto di mille metri. Il pendio lungo il quale la valanga ci ha trasportato, prima del precipizio attenua la verticalità in un falso piano, breve assai: però è bastato perché ci potessimo fermare.” …“Eppure, nessuno parla di fermarsi: vogliamo farcela, dobbiamo farcela ed infatti alle quattordici la lunga cresta imbronciata e spietata sta alle nostre spalle. Siamo a quota 4600. Davanti a noi inizia lo scivolo finale che senza eccessive difficoltà ci porterebbe in vetta. Ed in vetta, invece, non si va. Il tempo è diventato così brutto che non possiamo né procedere, né fermarci: ci impone di scendere, e subito. Ci caleremo un’altra volta sullo scivolo nevoso con la differenza che il dislivello è assai maggiore. Modelliamo un fungo di neve del diametro di quattro metri, forse di più e tutt’intorno, per dargli maggior consistenza, conficchiamo chiodi da ghiaccio della lunghezza di novanta centimetri. Facciamo passare una fettuccia intorno al gran cerchio dei chiodi ed alla fettuccia leghiamo un cordino da sette millimetri, lungo cent’ottanta metri. Mi calo per primo. Che senso d’oppressione! La nebbia mi inghiotte, non vedo dove vado a finire, ignoro se il cordino sia lungo a sufficienza per portarmi sul sospirato pendio nevoso. Non sono però sguarnito: ho un secondo cordino da sessanta metri. Itinerario da brividi: a malapena tocco con la punta dei ramponi la parete di ghiaccio, cosi almeno non comincio a girare; a circa metà del cordino la nebbia si apre e per un attimo scorgo che sto di misura sotto il tiro di alcuni seracchi. Intravvedo una striscia bianca, è neve, ma riuscirò a raggiungerla? Il cordino finisce prima, annodo il secondo, continua la discesa e non posso dirla “a corda doppia”, perché di corde ce n’è una sola. Il vuoto in compenso è triplo, quadruplo… Un sasso piuttosto grosso mi colpisce tra testa e collo; il dolore mi stordisce, ma per poco; mi riprendo. A raccontarlo non sembra vero: i due cordini annodati parevano fatti su misura, non un metro di più e non un metro di meno, per depositarci “sull’uscita di sicurezza”.

 

Inverno 1972

…“Il grande obiettivo dell’inverno 1971- 1972 non era per noi la sud del Cervino. La Gran Becca, nelle nostre intenzioni, costituiva il preludio di ben altra impresa; per questo eravamo scattati così presto. La nostra attenzione era assorbita dalla nordovest della Civetta, la “regina delle pareti”, dove Solleder e Lettenbauer hanno aperto l’era del sesto grado. Il sogno era ambizioso, realizzare una direttissima in prima assoluta ed in contemporanea prima invernale su quella fantastica muraglia dove si sono cimentati i maggiori alpinisti del mondo.”

Come spiega bene Gianni nel suo libro, il tentativo alla parete Sud del Cervino agli inizi dell’inverno era soltanto un banco di prova per la cordata che a partire da quell’anno si arricchì di altri due elementi, giovani e pieni di entusiasmo. La realizzazione della “Via dei 5 di Valmadrera” fu la consacrazione di un modello di alpinismo fatto sul gruppo e non sull’individualità. Gianni, da grande leader quale era, dirigeva un gruppo ben assortito ed affiatato, dove ognuno svolgeva il proprio compito senza nessuna ambizione personale, tipica invece di altri gruppi alpinistici.

…“Il 29 gennaio del 1972 partiamo in sei: mio fratello Antonio ed io, Giorgio Tessari, Giuliano Fabbrica, Gian Battista Crimella,Gian Battista Villa. Gli ultimi due sono alla prima esperienza invernale. Saliamo a Canale d’Agordo a prendere Livio De Bernardin, il custode del rifugio Tissi. Lo conosciamo da anni, dalla Torre Trieste per essere precisi, ci siamo poi visti d’estate. Stavolta si prodigherà per intere settimane, salendo ripetutamente con noi al rifugio e mettendo in moto la teleferica per il trasporto del materiale dal fondovalle al Col Rean. L’altezza della neve, già considerevole a Listolade, aumenta via via che ci inoltriamo in Val Corpassa. “Tira un po’ tu”, dice a un dato punto chi sta davanti e da quel momento ci daremo il turno nel battere la pista.”

…“Prima che si faccia buio, i componenti  della seconda cordata si calano sino alla base e rientrano al rifugio Tissi, per trascorrere la notte. Crimella ed io ci fermiamo a bivaccare in una nicchia, a quasi trecento metri dalla base. Il ricovero è abbastanza ampio; dentro, attaccata alle pareti, sistemiamo la tenda. Nevica e quasi subito cominciano le valanghe, aumentando di volume e di frequenza. Stanchi come siamo, non riusciamo a chiudere occhio per il rumore terrificante. Sembra che la montagna vada in pezzi, la roccia sulla quale siamo sdraiati vibra e sussulta, quasi scossa dal terremoto. La situazione muta quando le tenebre diradano: la parete è diventata impraticabile e ci ha imprigionato. “Siamo in trappola come topi!”, esclama mestamente Crimella, che ha perso il sorriso. Uscire dal nostro antro significa essere schiacciati e portati via. Il riparo è abbastanza comodo: potremmo affrontare a cuor leggero una prova di resistenza con il maltempo, se disponessimo di viveri. Ci troviamo invece a corto. Le provviste che avevamo dovevano bastare per la cena di ieri e la colazione di stamani; salendo dal rifugio, i compagni avrebbero portato gli alimenti indispensabili per proseguire nella scalata.

Già ieri sera, visto come si mettevano le cose, abbiamo fatto economia sul cibo e sul combustibile. Ora la fame si fa sentire e crescerà con le ore; l’inazione la accentuerà, insieme al colore sempre più bigio dei pensieri: per due giorni e tre notti resteremo nella grotta e l’orrendo concerto ci terrà compagnia.”

…“La mattina del 26 febbraio, Crimella ed io partiamo: il problema della giornata è ingente; c’è il grande tetto da superare. Ce la facciamo, tra neve, nebbie e valanghe in un’abbondanza che vanno oltre ogni capacità d’immaginazione. Sotto il tetto godiamo di una certa protezione naturale, stando come al riparo di una grondaia; sopra il tetto è un inferno. Troviamo una piccola nicchia, ci tiriamo dentro per riposarci, poi la decisione che prendiamo non è voluta, ma imposta: si ridiscende alla cengia.

Bivacchiamo insieme tutti e quattro, ed è per me la nona notte consecutiva che trascorro in parete. Al mattino è sempre brutto, siamo immersi in un umidore appiccicaticcio caldo e gelido, dalla testa ai piedi. “Si scende?“ Ci guardiamo in faccia. Con una parete in queste condizioni, con un tetto del genere, che altro possiamo fare?” .

Dopo due tentativi e continui viaggi in auto da Valmadrera fino a Listolade, e a volte fino al Rifugio Tissi, arrivò il momento dell’assalto finale. Al rifugio si ritrovarono in cinque, tutti di Valmadrera, Giuliano Fabbrica era influenzato, perciò non poté essere della partita.

…“Il sedici marzo comincia la terza fase della nostra avventura: sveglia e partenza alle sei. Giuliano Fabbrica non è potuto venire, non si è ancora ristabilito. Ci spiace assai. Siamo soltanto in cinque: “i cinque di Valmadrera”. La quantità di neve caduta dal cielo e slavinata dalla parete dall’ultimo nostro tentativo in poi è ingente. Le corde fisse lasciate sono sepolte. Ci apriamo la strada a colpi di piccozza, saliamo su neve dura. Siamo divisi in due cordate e la formazione non muterà: Crimella ed io siamo la cordata di punta, Giorgio, Villa, mio fratello Antonio seguono ricuperando ed avviando il materiale. Se vogliamo trovare una similitudine per il nostro sistema di scalata, possiamo pensare alla chiocciola. La và, la và, la porta adre la cà si dice da noi. La cordata di punta avanza; l’altra “porta dietro la casa”. Se la cordata di punta non trova il posto adatto per il bivacco, le cordate retrocedono sin dove è rimasta “la casa”, come fa la chiocciola quando sentendo un pericolo si ritira dentro il guscio.”

…“All’alba del 20 marzo due sorsi di tè a testa e partenza. Compio una traversata di quaranta metri su neve inconsistente e ghiaccio. Dopo questo, un altro tiro, sempre sotto le scariche. Da stamani ci muoviamo su quella che ho definito la terza zona della parete. Arriviamo alla base di un salto strapiombante; dal basso l’avevamo giudicato difficile, la supposizione è confermata in pieno. La nostra direttrice puntava a sinistra; sulla destra si vedeva una grotta. Ora siamo troppo sotto per poterla scorgere. Non ho più corda per proseguire, mi fermo.“Piega a destra”, dico a Crimella. C’è un’altra grotta, e dovrebbe essere alla nostra destra, press’a poco all’altezza in cui ci troviamo; l’abbiamo sempre studiata con il binocolo; ora è indispensabile trovarla. Il primo tentativo va buco; Crimella insiste guardingo e paziente, la traversata che sta compiendo è molto impegnativa, però lo ricompensa: “C’è”, mi grida. Lo annuncio ai compagni: “Portate il materiale”. “Trascorreremo un’altra notte uniti”. La seconda cordata fa salire il materiale lungo un tracciato esasperante, compie prodigi di equilibrio perché i pesi fanno sbandare: noi due della prima diamo inizio alle manovre per superare un repulsivo salto di roccia. Crimella passa in testa: si direbbe che l’azione lo rinvigorisca tanto si muove spedito: ha forza e coraggio da vendere! Tre soli chiodi su un tiro di quinto superiore! …È l’ultimo giorno dell’inverno: “finirà anche questa parete”, brontola Antonio e come sempre ripete che è l’ultima volta: “Non mi becchi più”. L’atmosfera del bivacco è serena, siamo vicini alla vetta e il tempo, se non migliora, non accenna a peggiorare. Finito il collegamento radio i discorsi saltano arguti da un argomento all’altro: noi “vecchi” ascoltiamo le storielle bizzarre dei giovani ogni tanto punzecchiandoli, ed essi controbattono con qualche frizzo salace. “Dormiamo?” “Vorresti andare a ballare?”. “Cerca di non russare, stanotte!” Alle sei del mattino si parte; ognuno porta il proprio materiale. Sto in testa sino al punto massimo raggiunto ieri; Crimella che ha uno zaino più leggero mi da poi il cambio.” …“Aiuto la seconda cordata a salire. “È la vetta?” Chiedono. La vetta è ancora lontana, non si scorge un posto dove bivaccare. Il cielo è grigio – piombo, lunghe nubi inquiete s’accumulano, le ultime luci danno riverberi metallici alla roccia. Prima che raggiunga Crimella sono le diciannove. Intravvedo sulla destra un ripiano protetto, dove ci potremo sistemare. Si intaglia in un erto pendio nevoso, sotto uno strapiombo. Attraverso mentre il compagno sta ancora in alto: “C’è posto per tutti”, avverto. “Meglio di quanto pensassi”. Siamo assai indaffarati e rimandiamo più volte il collegamento radio con Livio. Alle ventidue siamo riuniti; mezz’ora dopo possiamo trasmettere le notizie. “Dove siete di preciso”? chiede Livio. Glielo spieghiamo. “Tira aria di neve”, dice; “qui nevica da un’ora”, ribattiamo. Proprio così: ciò che si temeva ogni qualvolta si avvicinavano nubi minacciose è accaduto e per l’intera notte la nevicata ci terrà compagnia, in questo bivacco all’aperto. Alla mattina del 22 marzo “tè per tutti”, come promettono i programmi delle gite sociali, con la differenza che per noi c’è solo quello, ed in razione scarsa. Non è novità di gran conto, la vera novità è un’altra, la parete ha cambiato faccia, è tutta bianca. Saranno tre centimetri di neve, non di più, ma si sono posati dappertutto, e come di consueto il vento non ha dimenticato d’impastarli sotto gli strapiombi. Un primo tiro, poi si presenta un problema che adesso per noi è insolubile: ci sono trenta metri nel vuoto, esigono un numero notevole di chiodi e ne abbiamo pochissimi. Anziché forzare la salita, cerchiamo una linea naturale. Si tratta di scendere sei o sette metri lungo un diedro per arrivare in tal modo ad una specie di nicchia sotto un grande tetto rotto da più fessure larghe”. …“Attacca”, lo invito. “Devo stare vicino agli altri”, e li esorto infatti a seguirci il più vicino che possono. Per i primi tre metri, Crimella va su a fatica, poi ritrova la carica, è padrone di sé, della sua sicurezza, del suo stile. Sosta solo dopo una trentina di metri, su passaggi di V e di VI. Giunto alla fermata mi ricupera, ma devo poi scendere a liberare la corda per gli altri. La bufera ci riavvolge astiosa, insopportabile. Sceglie i momenti peggiori per saltarci addosso. Si respira a fatica, non si vede più niente. Poi, di colpo come è subentrata, cessa. Le cortine s’allontanano, sembrano veli giganteschi sospesi sulla valle. Le corde riprendono a scorrere. Nel silenzio immenso che si è ricucito: “vetta!” “vetta!” grida Crimella. Sento un colpo al cuore. Dal rifugio Tissi sale l’urlo di quelli che ci stanno osservando, e vedono il primo di noi profilarsi contro il cielo. Sono le 13.40. Alle 16 arriverà in cima l’ultimo dei “cinque di Valmadrera”. 

Il libro di Gianni Rusconi, pubblicato agli inizi del 1973, termina con il racconto della “Via dei 5 di Valmadrera”, il gruppo valmadrerese continuò però a compiere salite invernali per altri tre anni.

 

Inverno 1973

Alla fine del 1972 poco prima di Natale il gruppo era già in movimento. Dal 16 al 19 dicembre Gianni e Antonio Rusconi, Gianbattista Crimella, Giorgio Tessari, e Gianin Villa scalarono in prima ripetizione invernale la via “Vera”, tracciata l’estate precedente dal lecchese Claudio Corti e Claudio Gilardi sulla parete Sud del Badile. Il vero obiettivo di quell’inverno era la via Philipp-Flamm sulla parete Nord-Ovest della Civetta, un itinerario parallelo alla via tracciata in pieno inverno proprio l’anno precedente dai cinque di Valmadrera. La corsa per l’invernale al diedro Philipp- Flamm era aperta da parecchi anni e sembrava fosse ormai “l’ultimo grande problema delle Alpi”. Molti alpinisti avevano creduto che nell’inverno precedente i valmadreresi avrebbero attaccato la via in questione, e la meraviglia fu grande quando i due Rusconi e soci tracciarono un nuovo itinerario. Quell’inverno 1973 al rifugio Tissi soggiornarono parecchi alpinisti e molti furono gli assalti alla parete. Gianni Rusconi aspettò e, da grande conoscitore della Civetta, si portò all’attacco della parete quando gli altri avevano ormai gettato la spugna. In cinque giorni la cordata valmadrerese scalò la parete, sbalordendo l’ambiente alpinistico e compiendo un’impresa che è rimasta negli annali della storia dell’alpinismo. In quell’occasione il gruppo di sei persone si ridusse a quattro per la forzata assenza di Antonio, che all’ultimo momento fu trattenuto da impegni di lavoro, e di Villa, che era partito per il servizio militare. Così, con Gianni si ritrovarono Crimella, che condusse la cordata, Fabbrica e Tessari, che svolsero la funzione di cordata di appoggio. La salita presentò notevoli difficoltà, ma l’allenamento e l’affiatamento del gruppo erano ormai tali da rendere superabili anche le cose impossibili. Così successe che Tessari, vedendo Crimella esposto nel vuoto a fare giochi di equilibrio impensabili, e conscio del rischio, gridò in dialetto: “Va minga sö inscée sgularc” e quello per tutta risposta un secondo dopo cadde, rimanendo appeso alla corda con un vuoto di seicento metri sotto i piedi. La sana incoscienza di Crimella insieme all’esperienza e alla prudenza di Gianni erano il motore della scalata che a sua volta si avvaleva dell’aiuto della cordata di appoggio, la quale si sobbarcava il maggior sforzo fisico.

Di quegli anni di grandi invernali si narrano svariati aneddoti. È significativo che dopo ogni grande ascensione compiuta erano esaltate non tanto le difficoltà tecniche, quanto le “goliardate” e le situazioni tragicomiche che si verificavano durante la scalata.

 

Inverno 1974

Dopo le Alpi Centrali e Orientali, nell’inverno 1974 venne il momento di provare anche una invernale al Monte Bianco. Negli ultimi giorni del 1973, precisamente dal 28 al 30 dicembre, venne compiuta la prima invernale della parete Est del Dente del Gigante da Gianbattista Villa, Gianni e Antonio Rusconi. Questa realizzazione servì da allenamento e da ambientamento alla quota. Circa un mese dopo Gianni e i suoi attaccarono la Via Gervasutti al Pic Gugliermina, una parete di granito nel cuore del Monte Bianco alta 800 metri. L’ascensione durò cinque giorni e una volta raggiunta la cresta sommitale, finite le difficoltà e visto il peggioramento delle condizioni atmosferiche, i componenti della cordata scesero lungo la via di salita. Nell’ambiente alpinistico, dove le polemiche nella maggior parte dei casi prevalgono sui fatti, si diede per incompiuta quell’invernale, e nell’inverno dello stesso anno un’altra cordata percorse per intero la via e si aggiudicò l’iscrizione negli annali dell’alpinismo.

 

Inverno 1975

Fu l’ultimo inverno durante il quale il gruppo dei valmadreresi fece parlare delle proprie invernali: Gianni guidò i suoi compagni di cordata ancora nel gruppo del Monte Bianco. Cominciarono con un’ascensione di allenamento e scelsero la breve ma intensa via Bonatti alla Chandelle, proseguirono, sempre sulle orme di Bonatti, sull’ampia e articolata parete Est del Grand Pilier D’Angle. Durante questa scalata la cordata di Gianni e Antonio Rusconi, Giorgio Tessari, Gianbattista Crimella e Gianin Villa non riuscì a seguire perfettamente la linea della via Bonatti e si ritrovò a raccordare due itinerari diversi con una nuova variante. Il proseguimento dell’ascensione portò gli alpinisti in cima al Monte Bianco lungo la cresta di Peuterey, dove, con una temperatura molto rigida, affrontarono una discesa estremamente dura.