Corso Alpinismo A2 – report uscita gruppo Campelli 27/05/2018

L’uomo ha sempre subito il fascino della montagna.
Non ho ancora capito da dove arrivi questo forte richiamo che spinge qualcuno verso di esse; forse la loro bellezza, alte e maestose si ergono imponenti alle volte come estetiche cattedrali con i loro contrafforti di pietra e i loro archi, altre invece come cupi bastioni che ci sovrastano quasi a metterci in guardia per la loro verticalità, o forse per i mille colori che si accendono durante un’ alba o un tramonto e che ripagano l’occhio e lo spirito dopo tante
fatiche.
Insomma la montagna ha sempre ispirato l’uomo, si è scritto tanto su di essa, addirittura ha ispirato poeti e artisti; famose sono le vedute paesaggistiche alpine di Giovanni Segantini o la serie di dipinti di Cezanne della montagna di Sainte-Victoire nei pressi di Aix-en-Provence.

C’è però una frase di Erri de Luca, famoso scrittore ma anche alpinista, che per me racchiude l’emozione di arrampicare o per meglio dire di “fare” alpinismo, ed è questa: “Una cima raggiunta è il bordo di confine tra il finito e l’immenso”. E non importa che tu sia in Patagonia sul Cerro Torre o ai Campelli come in questa quinta uscita del corso, è importante solo l’emozione di essere in cima, con i piedi ben piantati a terra e lo sguardo verso l’alto.
Come già anticipato la quinta uscita è appunto al gruppo dei Campelli ai Piani di Bobbio, un bellissimo anfiteatro di pareti e torri di calcare poco distante da Lecco.
La sveglia è come al solito all’alba, e arrivati al parcheggio vicino al sentiero ci attende un bell'avvicinamento di 3 ore di camminata, con lo zaino bello pieno di materiale, sempre utile per fare allenamento visto anche che la prossima uscita sarà di tipo alpinistico in Val Ventina.

Dopo una bella faticata, arriviamo al rifugio Lecco, dove dopo un sorso d’acqua e una barretta per reintegrare le energie, si decidono le vie fa fare e ci si divide nelle varie cordate.

Oggi scalo con Daniele chiamato “americano” dagli amici. Imbragati e sistemati, fatto un check del materiale vario, moschettoni, cordini, secchiello ecc, corda in spalla ci avviciniamo all’attacco della via: lo spigolo dei Bergamaschi lungo uno dei pilastri dello Zucco di Pesciola.
Complice il tempo un pò incerto e una lingua di neve alla base della via, l’attacco e la prima parte del tiro sono bagnati rendendo la salita subito non semplice, ma le sensazioni sulla roccia sono buone e nonostante mani e piedi subito freddi si parte tranquilli, rassicurato dalla presenza vigile del mio istruttore in sosta.
Mentre si sale la mente si svuota e si ripensa alle prime lezioni cercando di mettere in pratica quello che ci è stato insegnato sull’importanza dell’equilibrio, di caricare bene il peso su un piede e spostare il baricentro prima di fare il passo, incoraggiato anche dai consigli dell’americano nei punti più delicati: “bravo, metti il piede lì”, “carica il peso e sali”. In sosta invece si ha tempo di riposare, di osservare i movimenti dell’istruttore mentre sale o di chiedere consigli, sempre attenti però mentre si fa sicura. La via è molto bella e dopo qualche placca, un bello spigolo e un diedro stupendo che sali in spaccata e un breve caminetto, finalmente la cima.
Un pò d’acqua, qualche foto di rito e via di corsa verso il canalone di discesa visto anche il tempo non bellissimo. Complice il canale innevato abbiamo allestito una calata in corda doppia per superare la parte più ripida e dopo questo tratto divertente sulla neve, ci avviamo verso il punto in cui abbiamo lasciato gli zaini e tornare al rifugio per mangiare qualcosa prima di tornare alle macchine.
Unica nota negativa della giornata è stata un grande masso che si è staccato lungo una via che “fortunatamente” ha causato “solo” un brutto spavento di alcuni compagni del corso e un taglio sul piede di un istruttore, che ci ricorda come la montagna sia bellissima ma alle volte anche pericolosa e imprevedibile e che bisogna essere sempre attenti durante tutto il percorso.
Doveroso cogliere l’occasione per ringraziare tutti gli istruttori per quello che ci insegnano e per la pazienza che hanno a spiegarci le manovre, i nodi o anche i semplici consigli di chi arrampica da tanti anni, e anche i miei compagni di corso con cui ci si diverte sempre e si arrampica.

Matteo

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